Abbiamo inviato una lettera al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, per avere aggiornamenti e chiarimenti rispetto al Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici e, in particolare, a come il Ministero intenda assicurarne l’adozione entro il termine del 31 dicembre 2026.
Di seguito il testo della lettera integrale:
Al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica
Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici: richiesta di chiarimenti sulla consultazione pubblica prevista dalla Direttiva (UE) 2024/1275
Roma, 14 settembre 2026– A nome di MIRA Network, organizzazione della società civile italiana impegnata nel monitoraggio dell’utilizzo dei fondi europei in Italia per una transizione verde e giusta, vi scriviamo in merito al Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici previsto dall’articolo 3 della Direttiva (UE) 2024/1275 sulla Prestazione energetica degli edifici, e in particolare al metodo con cui il Ministero intende assicurarne l’adozione entro il termine del 31 dicembre 2026, viste le tempistiche ormai stringenti.
Lo stato di attuazione della direttiva in Italia è a nostro avviso preoccupante su entrambi i fronti. Da un lato, il termine per il recepimento è scaduto il 29 maggio 2026 senza che l’Italia vi abbia provveduto, e il 15 luglio 2026 la Commissione ha inviato la relativa lettera di costituzione in mora. Dall’altro, la prima bozza di Piano avrebbe dovuto essere trasmessa alla Commissione entro il 31 dicembre 2025, e anche questo termine non è stato rispettato, con l’apertura della procedura INFR(2026)2024. Sulla sola EPBD risultano così aperte tre procedure a carico dell’Italia, considerando anche la INFR(2025)2186 del novembre 2025 sugli incentivi alle caldaie a combustibili fossili. Ad oggi continua a non risultare pubblicato alcun documento preliminare del Piano nazionale, né risulta avviata alcuna consultazione pubblica sui suoi contenuti.
Questi ritardi non sono soltanto questione di forma, ma si inseriscono in un contesto che rende la programmazione urgente. Il patrimonio edilizio italiano è tra i più datati e inefficienti d’Europa dal punto di vista energetico: secondo ENEA, degli oltre 12,4 milioni di edifici residenziali più del 60% è stato costruito prima del 1976, anno della prima legge sul risparmio energetico. Questo si traduce in consumi elevati e in bollette che gravano in misura sproporzionata su chi abita gli immobili peggio isolati. A subirne le conseguenze sono le famiglie più vulnerabili, che secondo l’Osservatorio italiano sulla povertà energetica nel 2024 erano oltre 2,4 milioni, pari al 9,1% del totale, con una concentrazione nelle periferie e nei piccoli centri, tra le famiglie straniere e tra quelle con minori.
A fronte di questo quadro, le misure adottate negli ultimi anni non hanno inciso in maniera significativa sulla riqualificazione degli edifici nel Paese. I dati Eurostat pubblicati il 14 luglio 2026 collocano l’Italia all’ultimo posto dell’Unione per quota di edifici interessati da interventi di riqualificazione energetica negli ultimi cinque anni: il 2,6%, contro una media europea del 23,9% e valori come il 60,5% dei Paesi Bassi o il 34% della Danimarca. Il principale strumento degli ultimi anni, il Superbonus, ha raggiunto poco più di 500 mila edifici, circa il 4% del residenziale, con benefici concentrati sui proprietari a reddito più elevato. La causa non è dunque la mancanza di risorse: è l’assenza di una strategia che stabilisca priorità, criteri di accesso e continuità nel tempo.
Questa è esattamente la funzione che la direttiva EPBD assegna al Piano nazionale di ristrutturazione.
Il ritardo ha inoltre una conseguenza particolarmente rilevante e urgente. L’articolo 3, paragrafo 4 della Direttiva prevede che ciascuno Stato membro organizzi una consultazione pubblica sulla proposta di Piano prima della sua trasmissione alla Commissione, assicurando la partecipazione delle autorità locali e regionali e degli altri partner socioeconomici, tra cui la società civile e gli enti che si occupano delle famiglie vulnerabili, e di allegare al Piano una sintesi degli esiti di tale consultazione. Si tratta di un passaggio obbligatorio, elemento costitutivo del Piano stesso e non rimesso alla discrezionalità dell’amministrazione.
Con quattro mesi al termine previsto e nessun documento in circolazione, chiediamo al Ministero di chiarire come intenda rispettare questo obbligo in modo sostanziale e non meramente formale. Una consultazione avviata a ridosso della scadenza, su un testo già chiuso e con tempi di risposta compressi, non consentirebbe alcun contributo effettivo e priverebbe il Piano proprio di quel contributo che la Direttiva intende garantire, in particolare rispetto alle condizioni delle famiglie in povertà energetica e alle specificità dei territori. Va sottolineato che altri Stati membri hanno rispettato la scadenza e reso pubblici i propri piani, come documentato dalla raccolta della Commissione di luglio: non si tratta quindi di un obbligo impraticabile.
Chiediamo pertanto al Ministero di:
- Pubblicare senza ulteriore indugio il documento preliminare di Piano, anche in forma di bozza di lavoro;
- Avviare una consultazione pubblica formale, rendendo noto in anticipo il calendario delle diverse fasi e con una durata tale da permettere agli stakeholder un contributo reale al contenuto del Piano;
- Garantire il coinvolgimento esplicito dei soggetti indicati dall’articolo 3, paragrafo 4, e in particolare degli enti che operano con le famiglie in condizione di povertà energetica;
- Pubblicare, insieme al Piano, la sintesi dei contributi ricevuti e le motivazioni del loro accoglimento o mancato accoglimento;
- Rendere noto il calendario previsto per il recepimento della Direttiva, che condiziona l’attuabilità delle misure contenute nel Piano.










