Il governo italiano non recepisce la Direttiva sulla prestazione energetica degli edifici: ecco perchè ci costa caro

Oggi, 29 maggio 2026, scade il termine per l’Italia per recepire la Direttiva sulla prestazione energetica degli edifici (la “Direttiva EPBD” o, come nota in Italia, “Direttiva Case Green“). Ve lo abbiamo raccontato più volte: il patrimonio edilizio italiano è tra i più vecchi e inefficienti d’Europa, con conseguenze energetiche, economiche e sociali. Milioni di famiglie soffrono di povertà energetica, con bollette insostenibili e abitazioni troppo fredde in inverno e troppo calde in estate. Eppure, nonostante i dati chiari sui benefici che implementare la Direttiva europea porterebbe ai cittadini, e nonostante le ripetute richieste della società civile il governo italiano ha scelto di non recepirla nel proprio ordinamento nazionale nei tempi previsti.

Dopo l’appello di questa settimana, lanciato insieme ai membri della campagna europea Build Better Lives, vi spieghiamo perché trasporre la Direttiva è fondamentale per l’Italia.

Cos’è la direttiva EPBD

La Direttiva sulla prestazione energetica degli edifici è una normativa europea che mira a migliorare l’efficienza energetica del patrimonio edilizio dell’UE, con l’obiettivo di renderlo a emissioni zero entro il 2050. La versione attualmente in vigore è stata adottata nell’aprile 2024 e stabilisce che ogni Stato membro debba definire una traiettoria nazionale per la ristrutturazione progressiva degli edifici, residenziali e non, fissando tappe concrete per il 2030, il 2040 e il 2050.

Tra le misure principali della Direttiva:

  • Requisiti minimi di prestazione energetica per gli edifici nuovi e per quelli sottoposti a ristrutturazione significativa;
  • L‘obbligo per ogni Stato membro di adottare un Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici;
  • L’eliminazione progressiva dei combustibili fossili per il riscaldamento entro il 2040;
  • Misure di finanziamento mirate alle famiglie vulnerabili e agli edifici a peggiore prestazione energetica.

Il termine per il recepimento della Direttiva nel diritto nazionale era fissato alla giornata di oggi, 29 maggio 2026. L’Italia però non ha rispettato questa scadenza, che non ci sorprende, considerando la posizione del governo italiano sulla Direttiva fin dall’inizio: nell’aprile 2024, all’ECOFIN, il governo Meloni ha votato contro l’approvazione della Direttiva, unico paese a farlo insieme all’Ungheria. Da allora, il governo non ha presentato nessuna strategia concreta per riqualificare il patrimonio edilizio. Oltre alla mancata ricezione della Direttiva EPBD, il Piano Sociale per il Clima italiano (che dovrebbe contribuire a combattere la povertà energetica) non è ancora stato approvato, e il Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici, anche questo obbligatorio, non è stato presentato. Per quest’ultimo, nel marzo 2026, la Commissione europea ha già aperto una procedura di infrazione contro l’Italia.

Cosa perdiamo senza la trasposizione della Direttiva 
  1. Case vecchie, bollette alte: il costo dell’inazione

Il patrimonio edilizio italiano è tra i più vecchi e inefficienti d’Europa: la grande maggioranza degli edifici è stata costruita prima di qualsiasi legge sull’efficienza energetica, e quasi la metà delle abitazioni ha ancora una classe energetica F o G. Questo si traduce direttamente in bollette più alte per le famiglie e in un consumo energetico eccessivo.

La Direttiva stabilisce una traiettoria nazionale obbligatoria per la ristrutturazione progressiva del patrimonio edilizio, con l’obiettivo di ridurre del 16% il consumo medio di energia primaria degli edifici residenziali entro il 2030 (Art. 3). Servono interventi massicci sugli edifici per ridurre i consumi energetici: meno consumi significa meno spesa energetica, e ristrutturare gli edifici è il modo più diretto per abbassare le bollette delle famiglie italiane.

  1. Povertà energetica: in Italia colpisce quasi 1 famiglia su 10

La povertà energetica è un fenomeno che negli ultimi anni si è incrementato, fino a diventare una vera e propria urgenza. Nel 2024, 2,4 milioni di famiglie italiane (circa il 9,1% del totale) si trovavano in condizione di povertà energetica, il massimo storico secondo i dati dell’Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica. Questo implica che in Italia ci sono milioni di famiglie che non riescono ad accedere in modo continuativo a servizi energetici essenziali come il riscaldamento in inverno e il raffrescamento in estate condizioni che, con il peggiorare della crisi climatica, diventano sempre più estreme.

La Direttiva affronta questo problema perché investire sulla ristrutturazione degli edifici, a partire da quelli con le peggiori prestazioni energetiche, significa partire dalle cause strutturali della povertà energetica: riqualificare gli edifici peggiori significa ridurre strutturalmente i consumi energetici e quindi le bollette, togliendo famiglie vulnerabili da una condizione di povertà energetica. Domani, 30 maggio segna anche un anno dalla scadenza entro cui l’Italia avrebbe dovuto presentare il proprio Piano Sociale per il Clima,  un altro strumento chiave per combattere la povertà energetica che però ad oggi non è ancora stato presentato.

  1. Meno gas importato, più indipendenza: gli edifici al centro della transizione

A livello europeo, il gas naturale copre il 29,5% del consumo energetico finale nel settore residenziale. Ma l’Italia è molto sopra la media europea: il gas naturale copre il 46,7% del consumo energetico residenziale italiano: il nostro paese dipende ancora in larga misura dalle fonti fossili importate per riscaldare le proprie abitazioni, con tutto quello che ne consegue in termini di vulnerabilità geopolitica ed economica.

La Direttiva EPBD impone l’eliminazione progressiva dei combustibili fossili negli edifici entro il 2040, a partire dall’interruzione degli incentivi per le caldaie a gas già dal 2025. Questa misura nel nostro paese è in vigore solo parzialmente: l’Italia ha eliminato le detrazioni fiscali per le caldaie a gas con la Legge di Bilancio 2025 e ha aggiornato il Conto Termico alla versione 3.0, entrata in vigore a dicembre 2025. Tuttavia, il mantenimento di contributi per alcuni sistemi ibridi con caldaie a gas ha portato la Commissione europea ad aprire una procedura di infrazione. Investire in isolamento termico, pompe di calore ed energie rinnovabili significherebbe invece ridurre strutturalmente la dipendenza energetica dell’Italia dall’estero, in un momento in cui i prezzi dell’energia crescono e questa dipendenza pesa sempre di più sulle famiglie.

  1. La Direttiva è anche una leva economica: posti di lavoro e sviluppo locale

Implementare la Direttiva non significa solo migliorare l’efficienza energetica degli edifici: è anche una leva di sviluppo economico. 

La Renovation wave prevista dalla Direttiva punta a ristrutturare oltre 35 milioni di edifici in Europa entro il 2030, con significative ricadute sull’occupazione nel settore edilizio. In Italia, dove le costruzioni sono già uno dei principali motori dell’economia locale, un’implementazione ambiziosa rappresenta un’opportunità per sviluppare competenze tecniche, sostenere le filiere artigianali e industriali e promuovere occupazione di qualità nei territori. Per questo i Piani nazionali di ristrutturazione edilizia devono includere strategie concrete per la formazione di forza lavoro verde.

  1. Case efficienti per tutti: non solo per chi se lo può permettere

La transizione energetica rischia di ampliare le disuguaglianze esistenti se non vengono messe in campo misure specifiche per chi è più vulnerabile. Chi vive in affitto, chi abita in edilizia popolare, chi ha un reddito basso: sono queste le persone che più hanno bisogno di case efficienti, e che meno hanno la possibilità di sostenere il costo di una ristrutturazione.

La Direttiva europea riconosce esplicitamente questo problema: le misure di finanziamento devono beneficiare sia i proprietari che gli inquilini, con salvaguardie contro il rischio di sfratti o aumenti degli affitti a seguito delle ristrutturazioni. Senza questi strumenti, il rischio è che la transizione energetica migliori le case di chi può già permetterselo, lasciando indietro chi ne ha più bisogno.

Cosa chiediamo

Come MIRA Network, insieme ai membri della campagna europea Build Better Lives, chiediamo al governo italiano di recepire la Direttiva EPBD senza ulteriori ritardi, con un piano nazionale che metta al centro le famiglie vulnerabili, gli inquilini e gli edifici peggiori prestazioni energetiche. La transizione energetica degli edifici è una necessità sociale, economica e climatica, e il 29 maggio 2026 non è solo una scadenza burocratica, ma è il momento per concretizzare un impegno verso milioni di famiglie che vivono in case inefficienti, pagano bollette insostenibili e soffrono di povertà energetica. 

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