Liguria delle grandi opere: infrastrutture, governance e qualità della transizione

La Liguria è oggi attraversata da un insieme di trasformazioni infrastrutturali che coinvolgono portualità, mobilità urbana ed energia. Interventi di scala e natura diversa – dalla nuova diga foranea di Genova ai progetti di mobilità urbana, fino alle reti energetiche – stanno ridisegnando il territorio regionale in modo accelerato, spinti dalle scadenze dei fondi straordinari e da una logica commissariale che ha progressivamente compresso i tempi della valutazione e della partecipazione.

Noi di MIRA Network seguiamo questi processi con attenzione e, in alcuni casi, siamo direttamente impegnati al fianco delle comunità locali. Quello che emerge dal monitoraggio è un pattern ricorrente: trasparenza insufficiente, partecipazione tardiva, valutazioni di impatto deboli e una tendenza a misurare il successo degli interventi in termini di velocità esecutiva piuttosto che di qualità dei risultati. È su questi elementi che si concentra questa analisi, costruita sui cinque criteri che guidano il nostro lavoro: trasparenza dei processi decisionali, qualità della partecipazione, coerenza ambientale, solidità delle valutazioni di impatto e rispetto del principio di non arrecare danno significativo (DNSH).

1. La nuova diga di Genova: un cantiere sotto pressione

La nuova diga foranea del porto di Genova è l’opera che seguiamo più da vicino in Liguria. Attualmente in corso, ad oggi con la posa di quasi un terzo dei cassoni previsti e la validazione dei primi dati geotecnici sui campi prova strutturali. Al tempo stesso, è l’opera su cui le è l’opera su cui le criticità emerse dal nostro monitoraggio risultano maggiormente evidenti. Sul fronte delle tutele sociali e del lavoro, le inchieste giudiziarie hanno portato alla luce una rete di caporalato e sfruttamento nei cantieri, con ordinanze di custodia cautelare per reati legati alla violazione dei contratti e all’acquisto forzato dei dispositivi di sicurezza a carico dei lavoratori stessi. Questo conferma quanto abbiamo sostenuto fin dall’inizio: quando è la logica della velocità esecutiva a dominare, il rischio d’impresa scivola verso i segmenti più deboli della filiera, e i controlli lungo la catena dei subappalti si allentano.

Sul fronte ambientale, le prescrizioni tecniche sollevate dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) in merito al rischio tsunami e alla stabilità dei fondali fangosi risultano ancora parzialmente inevase. Come hanno ricostruito le inchieste giornalistiche de Il Fatto Quotidiano, le strutture commissariali hanno in parte aggirato queste indicazioni in nome del cronoprogramma finanziario. La diga è anche strettamente connessa al ridisegno complessivo dello scalo, fungendo da volano per ulteriori interventi come il restyling del terminal passeggeri di Ponte dei Mille, e rimane quindi costantemente al centro dell’interlocuzione politica tra enti locali e governo.

Ciò che emerge da questa vicenda non è la questione tecnica della diga in sé, ma la capacità dello Stato di governare interventi ad alta complessità senza sacrificare i diritti sociali e la sicurezza ambientale alle esigenze del cronoprogramma finanziario. Su questo continueremo a monitorare e a rendere pubblici i dati disponibili.

2. Skymetro Genova: 398 milioni di euro e una lezione ancora da imparare

Dopo anni di revisioni progettuali, ricorsi al TAR e una mobilitazione civica che non si è mai esaurita, il progetto dello Skymetro nella Val Bisagno è stato definitivamente archiviato nel gennaio 2026. Abbiamo seguito questa vicenda fin dalle prime fasi e ne abbiamo documentato le tappe sul sito.

La cancellazione del progetto e la perdita di 398 milioni di euro di finanziamenti programmati, ai quali si aggiungono i 32 milioni di anticipi da restituire e i costi per progettazioni non realizzate, sono il risultato prevedibile di un processo che ha accumulato errori strutturali: assenza di una Valutazione Ambientale Strategica (VAS), mancata analisi comparativa delle alternative, partecipazione pubblica ignorata nelle fasi decisive. Quando le comunità della Val Bisagno sollevavano obiezioni, venivano trattate come un ostacolo procedurale invece che come una fonte di informazione utile a migliorare il progetto.

Oggi il Comune ha commissionato uno studio al Politecnico di Milano che indica nella funivia urbana la soluzione alternativa, con un collegamento da Brignole a Molassana, otto fermate e un costo stimato tra 140 e 160 milioni di euro. Le stesse organizzazioni civiche che si erano opposte allo Skymetro hanno già segnalato che anche questo processo rischia di ripetere gli stessi errori: decisioni calate dall’alto e partecipazione convocata a scelte già assunte.

3. Il rigassificatore di Vado Ligure: quando il territorio cambia una scelta nazionale

Il rigassificatore offshore previsto nell’area di Vado Ligure è stato formalmente archiviato nel marzo 2026, con la decisione governativa di mantenere l’impianto a Piombino. È un caso che vale la pena approfondire perché mostra come la mobilitazione territoriale possa effettivamente cambiare una scelta nazionale, a condizione che sia unitaria, documentata e capace di tenere insieme enti locali, associazioni e cittadini.

Le criticità che hanno portato allo stop riguardavano gli impatti su un’area marina ad alta sensibilità ambientale, inclusa nella Rete Natura 2000 e nel Santuario Pelagos, le interferenze non mitigate con le attività economiche e portuali costiere e la questione più ampia della coerenza climatica di un investimento in infrastrutture fossili (stranded assets) con una lunga vita utile rispetto agli obiettivi europei al 2030 e al 2050.

La decisione su Vado Ligure è però una vittoria parziale. Il rigassificatore resta infatti operativo a Piombino, inserendosi e alimentando una strategia energetica che continua ad assegnare un ruolo importante al gas. La domanda che sorge spontanea è quanto e per quanto tempo queste infrastrutture siano coerenti con il percorso di decarbonizzazione, oltre al dove esse vengono localizzate.

4. La funivia metropolitana: partecipazione tardiva e conflitto già esploso

Anche interventi di scala più ridotta, come la funivia metropolitana destinata a collegare la stazione marittima ai Forti di Genova, sono utili per avere una panoramica di quelle dinamiche che, progetto dopo progetto, sembrano ripetersi ugualmente. Il progetto della funivia ha subito modifiche a causa del dissenso territoriale, costringendo l’amministrazione locale a deliberare una variante di tracciato che esclude il sorvolo delle case del Lagaccio. I comitati civici hanno rivendicato la modifica come una vittoria, e in parte lo è, ma la variante “in corsa” è sintomo di una partecipazione pubblica tardiva che arriva quando il conflitto è già esploso, non prima.

L’intervento solleva domande che vanno oltre il tracciato specifico: la reale utilità trasportistica dell’opera, lo scollamento tra le priorità percepite dai quartieri storici e quelle dell’amministrazione, la tendenza alla spettacolarizzazione turistica delle infrastrutture urbane e l’impatto paesaggistico sulle colline storiche genovesi.

Un modello che si ripete

Guardando insieme questi quattro casi, quello che emerge non è una serie di problemi separati, ma un modello ricorrente di governance che produce spesso gli stessi risultati. Le politiche pubbliche privilegiano il singolo intervento cantieristico rispetto alla pianificazione sistemica e alle reali necessità dei quartieri urbani. I meccanismi commissariali e le procedure straordinarie frammentano le responsabilità e rendono opaca la catena decisionale. Le valutazioni ambientali e sociali faticano a orientare le scelte, relegate spesso a passaggi burocratici ex post. La partecipazione pubblica avviene quando le decisioni fondamentali sono già state assunte, generando conflitti che rallentano i progetti e aumentano i costi invece di migliorarne la qualità.

Come rilevano anche i dati sull’allarme PNRR nei cantieri liguri, l’accelerazione imposta dalle scadenze dei fondi straordinari sta aprendo falle nei sistemi di monitoraggio e nella tenuta sociale ed economica del territorio. Non è un problema solo ligure: è un problema italiano che in Liguria si vede con particolare chiarezza.

Lavoro, filiere e controllo pubblico

Nei grandi cantieri infrastrutturali, la struttura degli appalti rende difficile garantire uniformità nei controlli. Come emerso nel caso della diga di Genova, l’accelerazione procedurale scarica il rischio d’impresa sui segmenti più deboli della filiera. La transizione ecologica e infrastrutturale riguarda anche il modo in cui si costruisce, non soltanto ciò che si costruisce: la qualità del lavoro e il contrasto alle infiltrazioni criminali non possono essere questioni secondarie rispetto alla cantierizzazione delle opere, ma condizioni che ne determinano la sostenibilità nel tempo.

Cosa manca davvero alla transizione in Liguria

Se il paradigma attuale identifica la transizione con la cantierizzazione di grandi opere, un’analisi più rigorosa mostra un quadro differente. Lo slancio infrastrutturale non si limita all’area genovese, ma si estende a tutto il sistema logistico ligure, interessando il ponente con le reti energetiche e il levante, dove la ripresa delle attività di dragaggio nei bacini portuali di La Spezia è strategica per l’operatività commerciale, ma complessa sul fronte della gestione ambientale dei sedimenti.

Le priorità che continuano a restare in secondo piano sono tre. In una regione a massimo rischio idrogeologico, gli investimenti tramite fondi di coesione e risorse ordinarie dovrebbero concentrarsi sulla messa in sicurezza del territorio, implementando soluzioni basate sulla natura e frenando il consumo di suolo. L’uscita dal carbone, come a La Spezia e Savona, richiede un uso mirato delle politiche di riconversione industriale e degli strumenti di programmazione ordinaria e di coesione, per accompagnare la trasformazione dei siti e la riqualificazione professionale dei lavoratori dei settori ad alta intensità energetica. La decarbonizzazione diffusa, inoltre, richiede di superare il blocco fossile centralizzato attraverso l’elettrificazione delle banchine portuali (Cold Ironing), già avvenuta nel porto di Genova, supportata da energie rinnovabili, dallo sviluppo delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) e da investimenti nell’eolico offshore.

La Liguria non è semplicemente il luogo di realizzazione di grandi infrastrutture. È uno dei territori in cui si misura concretamente la capacità del sistema pubblico di governare la transizione energetica, logistica, urbana e sociale nelle sue diverse dimensioni.

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