Valutazione UE sui Piani Nazionali Energia e Clima: Italia bocciata sulla transizione giusta

 Il piano italiano non basta: senza coerenza territoriale, misure sociali efficaci e reale partecipazione, la transizione ecologica rischia di escludere i più fragili

Il 28 maggio la Commissione Europea ha pubblicato la valutazione dei Piani Nazionali Energia e Clima (National energy and climate plans, NECPs) aggiornati e definitivi presentati dagli Stati membri. Il quadro complessivo che emerge è incoraggiante: se pienamente attuati, gli NECPs permetterebbero all’Unione Europea di avvicinarsi significativamente agli obiettivi climatici per il 2030. In particolare, si prevede una riduzione delle emissioni nette di gas serra di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990 e un incremento della quota di energia rinnovabile ad almeno il 42,5%, con possibilità di superare tale soglia.

Ma sotto la superficie dei dati positivi si nascondono persistenti criticità, in particolare per quanto riguarda l’effettiva equità della transizione energetica. Ed è proprio sul tema della transizione giusta, uno dei pilastri del Green Deal europeo, che l’Italia mostra gravi ritardi e mancanze. La transizione ecologica, infatti, non può limitarsi a tecnicismi ambientali o indicatori di performance: è una trasformazione strutturale dell’economia e della società, che deve garantire inclusione, giustizia sociale e coesione territoriale.

Piani scollegati e tempistiche incoerenti su uscita dal fossile

Sebbene l’Italia confermi l’intenzione di abbandonare gradualmente i combustibili fossili solidi, in linea con gli obiettivi europei, le tempistiche di uscita proposte dal piano nazionale non sono coerenti con quelle dei Piani Territoriali per la Transizione Giusta (TJTPs), predisposti per accedere al sostegno del Just Transition Fund (JTF). Questa incoerenza rischia di compromettere l’efficacia degli strumenti di accompagnamento alla transizione, soprattutto nelle regioni più vulnerabili come il Sulcis-Iglesiente, il polo di Taranto o alcune aree del Mezzogiorno.

Una transizione giusta richiede coordinamento tra livelli istituzionali e pianificazione integrata. La frammentazione tra strategie nazionali e piani territoriali indebolisce la capacità di agire in modo tempestivo e mirato, e rende più difficile per i territori beneficiari attuare politiche efficaci di riconversione economica e occupazionale.

Analisi sociali frammentarie e misure carenti

Il piano italiano riconosce formalmente l’esistenza di impatti sociali e occupazionali legati alla transizione, ma le analisi contenute sono troppo generiche e poco approfondite. Le conseguenze sui lavoratori, sulle comunità locali e sulle categorie più fragili non sono quantificate in modo sistematico, e mancano dati disaggregati per territorio, settore e gruppo sociale. In particolare, non viene affrontato con sufficiente chiarezza il destino occupazionale dei lavoratori dei settori ad alta intensità di emissioni, né sono dettagliate le politiche per la loro riqualificazione professionale.

Analogamente, il riferimento al Fondo per una Transizione Giusta resta limitato e frammentario. Il piano italiano si limita a menzionare l’esistenza del JTF, ma non fornisce indicazioni concrete su come saranno utilizzate le risorse europee, né su quali risorse nazionali complementari verranno mobilitate. Manca, dunque, una visione strategica di medio-lungo termine in grado di garantire una transizione inclusiva.

Settori cruciali lasciati ai margini: edilizia e trasporti

Due dei comparti che saranno maggiormente impattati dalla transizione climatica – edilizia e trasporto stradale – sono affrontati in modo superficiale. Nonostante l’imminente entrata in vigore del sistema ETS2, che introdurrà un prezzo del carbonio per carburanti e riscaldamento, il piano italiano non contiene analisi di base che permettano di stimare gli impatti socioeconomici del nuovo regime. Questo è un grave limite in vista della scadenza del 30 giugno 2025, entro la quale l’Italia dovrà presentare i propri Piani sociali per il clima, destinati a sostenere le famiglie e i gruppi vulnerabili.

Ancora più preoccupante, il fatto che l’Italia continua a mantenere regimi di sostegno per i veicoli alimentati a combustibili fossili, una scelta in netta contraddizione con gli obiettivi di decarbonizzazione dichiarati. La Commissione Europea ha esplicitamente raccomandato la graduale eliminazione di tali sussidi, che invece restano operativi, contribuendo a ritardare la necessaria transizione verso una mobilità a zero emissioni. La permanenza di questi incentivi non solo rallenta la diffusione di mezzi alternativi di trasporto, ma mina la coerenza dell’intero impianto strategico italiano in materia di clima e energia.

Partecipazione pubblica: un’occasione mancata

Uno degli elementi centrali per garantire una transizione giusta è il coinvolgimento attivo di tutti gli attori: autorità locali, parti sociali, società civile e cittadini. La Commissione Europea ha riconosciuto che molti Stati membri hanno rafforzato i processi partecipativi rispetto alle prime versioni dei NECPs, promuovendo consultazioni pubbliche più trasparenti e articolate.

L’Italia, invece, si distingue per una consultazione tardiva e poco efficace: l’avvio del processo partecipativo è avvenuto in prossimità della scadenza per la presentazione del piano finale, con tempi troppo ristretti per una discussione ampia e strutturata. Mancano spazi di confronto con le realtà territoriali e con i portatori di interesse, in particolare quelli rappresentativi dei lavoratori e delle comunità locali. La Commissione sottolinea che il processo italiano avrebbe potuto e dovuto essere più inclusivo, fornendo maggiori informazioni in tempi utili e permettendo un reale apporto da parte della cittadinanza.

La transizione giusta resta un traguardo lontano

La transizione ecologica è una sfida epocale che impone cambiamenti profondi nel modo in cui produciamo, consumiamo e viviamo. Ma per essere sostenibile, deve essere anche socialmente equa e territorialmente inclusiva. L’Italia, alla luce della recente valutazione della Commissione Europea, si trova ancora lontana da questo obiettivo.Senza un impegno concreto per armonizzare le strategie nazionali con i bisogni locali, senza una valutazione accurata degli impatti sociali, e senza un vero processo partecipativo, la transizione rischia di approfondire le disuguaglianze esistenti, invece di ridurle. È urgente che il governo italiano rafforzi il proprio approccio, mobilitando risorse, competenze e ascolto, per costruire un percorso che sia davvero giusto. Perché una transizione non può dirsi tale se lascia indietro le persone.

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