Caso non virtuoso

Impianti di cogenerazione SIOT

4 progetti presentati da S.I.O.T. Gruppo TAL (in cui gli azionisti sono le Compagnie petrolifere OMV, SHELL, ROSNEFT, ENI, GUNVOR, BP, Exxon Mobil e TOTAL), per l’installazione di 4 centrali a metano di cogenerazione di elettricità e calore dall’oleodotto che va da Trieste al passo di Monte Croce Carnico.

Regione

Friuli-Venezia Giulia

Località

Trieste

Proponente

S.I.O.T. TAL Società Italiana per l’Oleodotto Transalpino

Investimento
IMPORTO SCONOSCIUTO - LAVORI CONCLUSI
Fonte investimento
Progetto transnazionale, investiomento in parte pubblico per le arco generazioni
Stato

La Regione ha autorizzato i progetti di 3 stazioni a fronte di Relazioni Tecniche incomplete. Ricorso pendente al TAR. Prima udienza il 7 febbraio 2024. Nessuna VIA perché il progetto è spezzettato.

Criteri di Mira violati:
Trasparenza
Coinvolgimento dei cittadini
Sostenibilità economica, ambientale e sociale
Valutazione di impatto ambientale completa
Rispetto del principio do no significant harm (DNSH)

Espansione dell’Oleodotto Transalpino

L’espansione dell’Oleodotto Transalpino (TAL), lungo 753 km tra il porto di Trieste e le raffinerie di Austria, Germania e Repubblica Ceca, è un progetto controverso. Costruito nel 1967, il TAL è cruciale per l’approvvigionamento di petrolio ad industrie e abitazioni in Europa centrale. La guerra Russia-Ucraina ha accresciuto la sua importanza strategica, spingendo la Repubblica Ceca a proporre un aumento della capacità di trasporto di 4 milioni di tonnellate annue per migliorare la sicurezza energetica.

I sostenitori vedono nell’espansione del TAL una difesa contro l’instabilità delle forniture energetiche. Tuttavia, i critici sostengono che ciò aumenterebbe la dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili. Il TAL è gestito da un consorzio di grandi e redditizie compagnie petrolifere, tra cui OMV, Shell, Rosneft ed ENI, che potrebbero beneficiare dei fondi UE, sollevando dubbi sull’uso di denaro pubblico per sovvenzionare il settore dei combustibili fossili.

Inoltre, il progetto prevede la costruzione di quattro impianti combinati di calore ed energia a gas fossile (CHP) lungo la sezione italiana dell’oleodotto, nel Friuli Venezia Giulia. Questi impianti, sebbene destinati a migliorare l’efficienza operativa del TAL, emetterebbero gas serra equivalenti a quelli di 40.000 famiglie all’anno, in contrasto con le strategie di decarbonizzazione regionale.

La suddivisione del progetto in unità più piccole ha impedito una valutazione complessiva degli impatti ambientali, sollevando preoccupazioni sul rispetto della normativa in materia di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA). Questa frammentazione ha generato sfiducia tra le comunità locali e gruppi ambientalisti, portando a proteste pubbliche e ricorsi al TAR, tuttora in corso, con le comunità locali che lottano per essere ascoltate.

L’Italia si trova a un bivio: senza interventi significativi, la dipendenza dai combustibili fossili calerà solo marginalmente entro il 2030. L’espansione del TAL potrebbe quindi ostacolare ulteriormente la riduzione delle emissioni di carbonio, compromettendo gli impegni climatici nazionali e dell’UE.

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