Comunità Energetiche Rinnovabili: i fondi pubblici come leva per la transizione

L’approvazione del nuovo decreto che modifica la disciplina degli incentivi per le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) della misura finanziata dal PNRR ha segnato un passaggio importante per il loro sviluppo in Italia. Firmato a metà maggio, il provvedimento ha aggiornato le regole sugli incentivi, ampliando la platea di beneficiari e semplificando l’accesso a risorse economiche fondamentali. Tra le novità principali, l’estensione dei contributi a fondo perduto anche ai comuni fino a 50.000 abitanti, una soglia molto più ampia rispetto al precedente limite di 5.000 abitanti, che aveva ristretto l’accesso a molte realtà locali.
Questo cambiamento arriva a poco più di un anno dalla scadenza finale del PNRR, in seguito a numerosi ritardi che hanno rallentato, o potenzialmente compromesso, il raggiungimento degli obiettivi iniziali del Piano. Allo stesso tempo però, questa estensione apre nuove possibilità per territori prima esclusi, promuovendo la nascita e il consolidamento di CER su scala locale, con il coinvolgimento di cittadini, enti pubblici, imprese e terzo settore. In questo quadro, è importante comprendere quali sono i fondi oggi disponibili e perché i finanziamenti pubblici hanno un ruolo fondamentale, per cogliere appieno le opportunità di una transizione energetica condivisa.

Quali sono i fondi pubblici oggi disponibili per le CER?

Le CER sono state formalmente introdotte nel nostro ordinamento dal Decreto Milleproroghe 162/2019, e successivamente disciplinate in modo strutturale dal Decreto Legislativo 8 novembre 2021, in attuazione della Direttiva Europea RED II (2018/2001/UE). Da allora il panorama si è evoluto, soprattutto grazie all’arrivo di fondi strutturali e investimenti pubblici mirati. I fondi europei hanno contribuito, in particolare:

  • Fondi del Piano Nazionale di ripresa e resilienza (PNRR): nel PNRR italiano sono stati stanziati 2,2 miliardi di euro a fondo perduto per le CER nei comuni fino a 50.000 abitanti. I fondi possono coprire fino al 40% dei costi ammissibili per la realizzazione di impianti a fonti rinnovabili. È un’opportunità per facilitare l’accesso alla transizione energetica da parte delle realtà locali.
  • Fondo europeo di sviluppo regionale: alcune Regioni, come la Campania, stanno utilizzando fondi strutturali europei per sostenere la nascita delle CER, finanziando non solo gli impianti ma anche le spese di avvio, la costituzione legale e la progettazione tecnica. Sono strumenti che si affiancano a quelli nazionali, con un’attenzione particolare agli enti locali e alle piccole realtà.
  • Il nuovo Fondo Sociale per il Clima: a queste risorse si potrebbero aggiungere anche quelle stanziate dal Fondo Sociale per il Clima, fonte di finanziamento europea che entrerà in vigore nel 2026 con una dotazione finanziaria di circa 65 miliardi. Il Fondo ha l’obiettivo di sostenere le famiglie più vulnerabili e le piccole e medie imprese nella transizione ecologica, attenuando l’impatto sociale dell’estensione del sistema ETS2 ai settori degli edifici e dei trasporti pubblici. Il Piano Sociale per il Clima italiano è ora in fase di preparazione, e parte dei finanziamenti italiani (che in totale sono di circa 7 miliardi) potrebbero essere destinati al sostegno e alla crescita delle CER.

Il cuore del sistema di finanziamento delle CER è il Decreto CACER (DM 414/2023), che mette a disposizione 5,7 miliardi di euro, di cui 2,2 miliardi a fondo perduto provenienti dal PNRR, all’interno della Missione 2 – Componente 2 – Investimento 1.2 (Rivoluzione verde e transizione ecologica). Queste risorse hanno lo scopo di favorire la partecipazione dei territori e agevolare l’avvio di nuove configurazioni energetiche collettive. Il Decreto CACER (D.M. 414/2023) ha attivato, insieme alle regole operative del GSE, il sistema di incentivi sulla quota di energia condivisa prodotta da impianti inseriti in configurazioni CER. Dall’8 aprile 2024 è possibile presentare richiesta per ottenere sia le tariffe incentivanti sia i contributi a fondo perduto. Le domande per i contributi PNRR possono essere inoltrate fino al 30 novembre 2025 attraverso il portale del GSE.

Chi può accedere ai fondi PNRR?

Possono accedere ai fondi i soggetti promotori di impianti rinnovabili fino a 1 MW di potenza, localizzati in comuni sotto i 50.000 abitanti. Il soggetto beneficiario del contributo è colui che sostiene l’investimento per la realizzazione dell’impianto. Sono ammissibili solo impianti nuovi o potenziati, ma non semplici sostituzioni.
Ciò significa che nei cinque anni precedenti l’inizio dei lavori non deve essere esistito, sullo stesso sito, un altro impianto che utilizzava la medesima fonte.
Non è ammessa la semplice sostituzione di pannelli già presenti; è però consentito il potenziamento degli impianti esistenti, a condizione che i nuovi moduli vengano aggiunti – non sostituiti – e connessi allo stesso punto della rete.
È inoltre obbligatorio il rispetto del principio europeo “Do No Significant Harm, che impone criteri ambientali precisi per garantire che l’intervento non arrechi danni all’ambiente.

Tra le spese ammissibili rientrano:

  • la costruzione di impianti da fonti rinnovabili
  • l’acquisto di sistemi di accumulo
  • le opere edili necessarie
  • il collegamento alla rete elettrica
  • l’acquisto e installazione di impianti, hardware e software connessi al progetto

Queste spese sono riconosciute fino al 40% del totale, con massimali differenziati per taglia.

Finanziamenti pubblici: perché sono un’opportunità da non perdere

Promuovere la nascita delle CER significa abilitare comunità, territori e persone a diventare protagonisti del cambiamento. I finanziamenti pubblici hanno una funzione essenziale in quanto contribuiscono a superare ostacoli economici e tecnici, ridurre le disuguaglianze territoriali e favorire una partecipazione ampia e inclusiva alla transizione energetica.

Le risorse messe a disposizione da Stato, Regioni e Unione europea possono rendere più accessibile il cambiamento verso una transizione verde e giusta, per cui sostenere le CER non è solo una scelta ambientale, ma un investimento in autonomia, solidarietà e resilienza.

La spinta verso modelli energetici più equi, sostenibili e decentralizzati richiede un investimento collettivo che non può gravare solo sui soggetti promotori. Le risorse pubbliche disponibili rispondono a un principio di giustizia energetica: facilitare l’accesso all’energia rinnovabile anche nei contesti meno serviti o in ritardo sul piano infrastrutturale.

Facilitare l’accesso a queste risorse è il primo passo per costruire comunità energetiche partecipate, in cui cittadini, istituzioni e imprese condividono responsabilità, vantaggi economici e benefici ambientali.

Sostenere la creazione di CER non è solo una misura tecnica, ma una scelta politica che riguarda l’equità sociale, la partecipazione e la sovranità energetica. Soprattutto se la transizione è guidata da soggetti collettivi – cittadini, enti locali, imprese – che decidono di investire in un modello più condiviso, trasparente e sostenibile. Il valore del nuovo decreto si misurerà nei prossimi mesi nella sua capacità di rendere questi strumenti davvero accessibili, superando ostacoli burocratici, difficoltà operative e disuguaglianze territoriali. Ma il segnale è chiaro: le comunità energetiche non sono più un’idea sperimentale, ma sono una delle chiavi per la trasformazione energetica del Paese.

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