Acquedotto del Peschiera: pubblicato il bando da 1,5 miliardi. Ma a quale prezzo?

A tre anni dall’approvazione del progetto di raddoppio dell’Acquedotto del Peschiera, è ufficialmente partita la gara d’appalto per il primo tronco dell’opera, che interesserà il tratto superiore della rete. Il progetto, promosso da Acea Ato 2 S.p.A. in collaborazione con il Comune di Roma, prevede un investimento complessivo di 1,5 miliardi di euro per un’infrastruttura che, secondo le stime, servirà oltre tre milioni di abitanti tra Roma e le province limitrofe. Il progetto è finanziato in parte dai fondi del PNRR italiano. Il progetto è finanziato in parte dai fondi del PNRR italiano.

Si tratta, come dichiarato dall’amministratore delegato di Acea, Fabrizio Palermo, della “più grande opera infrastrutturale idrica d’Europa”, con l’obiettivo di sostituire una rete in funzione da più di 80 anni. “Investiremo 1,5 miliardi di euro per realizzare il Nuovo Acquedotto del Peschieraha dichiarato Palermo al Sole 24 Orecon un approccio industriale fondato sulle più avanzate soluzioni nel campo della robotica, dell’automazione e dell’intelligenza artificiale”.

Un’opera strategica, ma per chi?

Nonostante l’enfasi posta sull’innovazione tecnologica e sulla portata strategica dell’opera, le voci critiche non mancano. La società civile, le associazioni ambientaliste e alcune categorie produttive, come Coldiretti, hanno sollevato forti perplessità. In particolare, viene contestato il fatto che i benefici dell’intervento sembrano sbilanciati a favore di Acea, senza reali vantaggi per i territori attraversati dall’infrastruttura.

Il progetto, denunciano le associazioni, non ha adeguatamente considerato le conseguenze ambientali. Il raddoppio dell’acquedotto potrebbe infatti comportare una drastica riduzione della portata delle sorgenti del Peschiera, compromettendo l’equilibrio idrico e minacciando gravemente anche gli ecosistemi fluviali dei fiumi Farfa e Velino. Come abbiamo evidenziato nel nostro articolo “Il Caso: acquedotto della Peschiera” Come abbiamo evidenziato nel nostro articolo “Il Caso: acquedotto del Peschiera” 

Velino e Farfa: fiumi a rischio

Secondo le analisi dei comitati locali, il nuovo tracciato ridurrebbe sensibilmente il flusso del Velino già prima del suo ingresso a Rieti, mettendo in pericolo la sopravvivenza di un ecosistema fragile e già sotto pressione. Il Farfa, un tempo importante affluente del Tevere, ha già subito un significativo calo della portata a causa del cambiamento climatico e dell’assenza di una pianificazione idrica sostenibile.

In questo contesto, il nuovo progetto rischia di accentuare dinamiche già critiche: aumento della concentrazione di inquinanti, perdita di biodiversità, alterazione degli equilibri ecologici e compromissione degli habitat acquatici. Elementi che, secondo le organizzazioni territoriali, non sono stati valutati con sufficiente attenzione nella fase di approvazione.

Consultazione pubblica: un’occasione mancata

A rendere ancora più controversa l’opera, è la gestione del processo partecipativo. Le associazioni lamentano una carenza di trasparenza e accessibilità delle informazioni, che ha compromesso la possibilità per i cittadini e le comunità locali di partecipare in maniera informata e significativa. La consultazione pubblica, ritenuta insufficiente, non avrebbe affrontato nel merito questioni centrali come le concessioni per l’estrazione idrica o l’esplorazione di alternative più sostenibili, come lo sviluppo di una rete duale nella Capitale.

Tra le voci più attive, l’associazione PosTribù che ha denunciato la mancanza di una visione integrata e rispettosa dei territori e che ha chiesto una moratoria sull’opera, in attesa di una revisione del progetto che metta al centro i socio-ecosistemi ed i bisogni delle comunità locali a partire dal considerare anche il progressivo abbassamento rilevato dagli Acquiferi maggiori negli ultimi anni ed una stima esatta degli effetti del secondo tunnel sulle acque superficiali ad uso del territorio rurale che vi si trova sopra. Per evitare disastri ambientali già visti in altre geografie (es. Mugello)

Un modello per l’Europa o una replica del passato?

Il cosiddetto “modello Peschiera” viene presentato come una best practice da esportare in Europa. Ma a fronte di una visione ingegneristica ambiziosa, resta aperta la domanda fondamentale: è davvero questo il modello di sviluppo idrico di cui necessitano l’Italia e l’Europa? O si tratta dell’ennesimo progetto calato dall’alto, che privilegia la logica industriale a scapito della sostenibilità ambientale e della partecipazione democratica?

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