E continua a mancare una politica strategica di lungo periodo.
L’Italia è il Paese dell’Unione europea con la quota più bassa di persone che vivono in abitazioni la cui efficienza energetica è stata migliorata negli ultimi cinque anni. Lo mostrano i dati pubblicati da Eurostat il 14 luglio, che fotografano la situazione del patrimonio edilizio europeo fino al 2025 considerando gli interventi capaci di ridurre i consumi energetici, come l’isolamento di pareti, tetti e pavimenti, la sostituzione degli infissi e l’installazione di impianti di riscaldamento più efficienti.
Nel nostro Paese gli edifici interessati da interventi di riqualificazione energetica rappresentano appena il 2,6% del totale, contro una media europea del 23,9%. L’Italia si colloca così all’ultimo posto della graduatoria, dietro Malta (7,8%) e Grecia (9,5%), mentre Paesi Bassi (60,5%), Danimarca (34%), Francia e Slovenia (entrambe al 33%) mostrano risultati molto diversi.
Che il patrimonio edilizio italiano sia tra i più datati d’Europa non è una sorpresa. Più difficile da giustificare è l’assenza di un piano nazionale in grado di affrontare il problema nel tempo. I dati di Eurostat descrivono una situazione che di certo non può essere ignorata.
I problemi sono diversi: una misura fiscale che non ha funzionato, una direttiva europea non ancora recepita e un fondo sociale fermo.
Negli ultimi cinque anni, l’intervento più rilevante presentato dal Governo italiano in materia di riqualificazione edilizia è stato il Superbonus 110%. Ma, secondo il rapporto annuale ENEA, al 31 dicembre 2025 la misura aveva coinvolto poco più di 500 mila edifici, cioè soltanto circa il 4% dei 12,2 milioni di edifici residenziali italiani, con benefici concentrati soprattutto tra i proprietari a reddito più alto. Le famiglie che vivono in condizioni di povertà energetica, spesso residenti negli edifici meno efficienti, sono rimaste invece in larga parte escluse dagli interventi.
Questo è un grande problema perché il Superbonus è stato praticamente l’unica misura portata avanti negli ultimi anni dal Governo in materia di efficientamento energetico. Eppure non è riuscito a migliorare la situazione del parco edilizio italiano e non ha raggiunto gli edifici abitati da quelle famiglie che più avrebbero bisogno di interventi di riqualificazione.
Il problema, però, non è solo la scarsa efficacia della singola misura, ma l’assenza di una cornice strutturale e di un programma di lungo periodo.
Il 29 maggio è scaduto il termine entro cui gli Stati membri avrebbero dovuto recepire la Direttiva europea sulla prestazione energetica degli edifici (EPBD), ma l’Italia non ha rispettato la scadenza e la Commissione europea ha avviato la procedura d’infrazione.
A questo si aggiunge il mancato invio della bozza del Piano nazionale di ristrutturazione edilizia, che avrebbe dovuto essere trasmessa entro dicembre 2025. Il documento è previsto dalla stessa direttiva e serve a definire il percorso nazionale di riduzione dei consumi energetici del patrimonio edilizio, con obiettivi intermedi al 2030 e al 2040 fino ad arrivare a un parco immobiliare a zero emissioni nette entro il 2050. Anche su questo fronte l’Italia è tra i pochi Paesi ancora in ritardo, nonostante una lettera di costituzione in mora ricevuta dalla Commissione europea già nel mese di marzo.
Le conseguenze di questa mancata visione strategica di lungo periodo ricadono direttamente sulle condizioni degli edifici, ancora vecchi, energivori e inefficienti. Come avevamo scritto commentando l’ennesimo rinvio della EPBD, non si tratta di un dossier solo tecnico: gli edifici sono responsabili in Europa di circa il 40% dei consumi energetici finali e del 36% delle emissioni di gas serra e, nel caso italiano, il peso di un patrimonio immobiliare datato rende ancora più difficile ridurre questi valori.
Gli edifici sono inefficienti e a farne le spese è chi vive in case peggio isolate, pagando bollette più alte. Sono spesso le famiglie a basso reddito a trovarsi in queste abitazioni. Uno strumento pensato per intervenire esiste già: il Fondo Sociale per il Clima, di cui quasi 9 miliardi di euro sono destinati all’Italia per finanziare, fino al 2032, interventi di efficientamento energetico delle abitazioni delle famiglie in povertà energetica.
Ma il Piano sociale per il clima italiano, che dovrebbe stabilire come impiegare queste risorse, resta bloccato da oltre un anno rispetto alla scadenza originaria di giugno 2025. Soltanto la settimana scorsa, dopo mesi di silenzio da parte del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, durante un question time alla Camera, la viceministra Gava ha confermato che l’iter politico-istituzionale di approvazione è stato avviato, in vista della trasmissione formale del Piano alla Commissione europea.
Infine, anche il Piano Casa (Dl 66/2026), in vigore dall’8 maggio, avrebbe potuto rappresentare l’occasione per collegare edilizia sociale e riqualificazione energetica. Ma le prime analisi segnalano un testo debole: non compare alcun riferimento esplicito alla direttiva EPBD, non vengono fissati standard minimi di prestazione energetica per gli alloggi da riqualificare e manca un collegamento con il Piano nazionale di ristrutturazione edilizia che il Governo deve ancora predisporre. La dotazione finanziaria del Piano Casa è di 970 milioni di euro fino al 2030, fondi che arrivano soprattutto dal bilancio nazionale, ma in parte provenienti proprio dal Fondo Sociale per il Clima, ancora fermo.
Guardando insieme questi provvedimenti, ciò che sembra mancare è proprio una strategia nazionale di riqualificazione edilizia, con politiche che procedono separatamente. Il Superbonus, la direttiva EPBD, il Piano sociale per il clima e il Piano Casa sono stati gestiti come misure isolate, senza una programmazione capace di individuare le priorità e garantire continuità agli interventi. I dati diffusi da Eurostat mostrano dove porta questa impostazione: un patrimonio immobiliare tra i meno efficienti d’Europa e un ritardo che continua ad ampliarsi rispetto agli altri Stati membri.










