Genova, la diga cambia volto: spunta anche l’uso militare

La nuova diga foranea del porto di Genova – opera più costosa del PNRR, con oltre 1,3 miliardi di euro – potrebbe servire anche alla difesa militare italiana ed europea. A rivelarlo, secondo quanto appreso dal Fatto Quotidiano, sarebbe un passaggio ufficiale contenuto nell’Allegato Infrastrutture al Documento di economia e finanza 2025, dove si parla apertamente di “mobilità militare” e della necessità di “prioritizzare” opere con possibile doppio uso, vista la scarsità di risorse e in vista del negoziato sul bilancio Ue 2028–2034.

Un cambio di prospettiva importante, che rischia di trasformare un’infrastruttura presentata come strategica per la logistica e che già aveva sollevato non poche preoccupazioni per il suo impatto ambientale in un’opera da finanziare e tutelare anche con scopi militari.

Infatti, la diga nasce con un obiettivo preciso: accogliere le nuove maxi navi container. L’attuale infrastruttura del porto non sembrerebbe permettere l’accesso alle imbarcazioni di ultima generazione, sempre più grandi. La nuova diga, spostata più al largo rispetto a quella esistente, servirebbe a migliorare l’accessibilità nautica, ridurre i tempi di manovra e rendere competitivo lo scalo di Genova a livello internazionale. È un’opera pensata per rafforzare il ruolo del porto nel traffico merci globale, ma sin dall’inizio ha sollevato critiche per l’impatto ambientale, i costi elevati e la reale sostenibilità economica nel lungo periodo.

Il sindaco e commissario straordinario Marco Bucci, sostenuto dal viceministro Edoardo Rixi, ha confermato l’intenzione di accelerare i lavori, promettendo di concludere l’intera opera entro il 2026. Ma la realtà è più complicata: la seconda tranche – da 470 milioni di euro – non è ancora stata bandita e, secondo i documenti, per completarla serviranno almeno altri 39 mesi, quindi non prima del 2029.

Nel frattempo, il prestito della Banca europea per gli investimenti è bloccato, mentre la Procura europea indaga su appalti e fondi pubblici. Al centro dell’inchiesta ci sono l’ex presidente dell’Autorità portuale Paolo Signorini (oggi in Eni) e due rappresentanti dell’appaltatore Webuild.

Come per il Ponte sullo Stretto, anche in questo caso l’ipotesi dell’uso militare potrebbe servire a snellire procedure e superare vincoli ambientali e normativi, facendo rientrare l’opera tra quelle “strategiche”. Ma le domande restano: chi controlla davvero i costi? Che impatto avrà tutto questo sulla città, sul lavoro portuale, sull’ambiente? Chi vuole davvero questa maxi opera, e a quale scopo?

Su MIRA abbiamo già raccontato le criticità di quest’opera. Qui il nostro ultimo approfondimento:
Nuova diga di Genova: altri 3 anni di attesa e 140 milioni in più

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