A quattro anni dall’avvio del programma NextGenerationEU, l’Europa entra nella fase conclusiva dei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza (PNRR). Secondo la Commissione europea, si delinea un’Unione a due velocità: alcuni Paesi hanno già raggiunto oltre la metà dei propri obiettivi, mentre altri restano alle prese con ritardi strutturali, procedure complesse e spesa lenta.
In questo scenario, l’Italia rimane il caso più emblematico per dimensione finanziaria del Piano, capacità di adattamento e frequenza delle revisioni. Con la sesta revisione del PNRR approvata dalla Commissione europea nei primi giorni di novembre, il governo ha modificato il Piano per rispettare la scadenza del 31 agosto 2026 per l’intero pacchetto di riforme e investimenti, per un totale di oltre 190 miliardi di euro. Solo le misure completate entro tale data saranno finanziabili, mentre l’ultima richiesta di pagamento dovrà essere inviata entro il 30 settembre 2026.
Le modifiche approvate: il nuovo profilo del PNRR italiano
La Decisione COM(2025) 675 del 4 novembre 2025, con cui la Commissione europea ha approvato la sesta revisione del PNRR italiano, ridefinisce in modo sostanziale l’architettura del Piano, intervenendo su 173 misure tra modifiche, definanziamenti, rifinanziamenti e semplificazioni.
Nel complesso, il nuovo profilo del PNRR prevede 8 misure eliminate, per ritardi o complessità tecniche; 10 nuove misure introdotte, tra cui il Fondo Nazionale per la Connettività e nuovi strumenti finanziari per accelerare gli investimenti; e 155 interventi modificati o semplificati. Di questi 52 sono stati potenziati per aumentarne l’efficacia e 83 riorganizzati per ridurre gli oneri amministrativi.
Le risorse complessive restano confermate: 71,8 miliardi di euro a fondo perduto e 122,6 miliardi in prestiti. La revisione conferma la scelta dell’Italia di puntare su digitale, energia, ricerca e innovazione come settori prioritari per completare il Piano entro il 2026. Tuttavia, la quota verde scende al 37,1%, evidenziando un ridimensionamento rispetto alle previsioni iniziali.
Le misure eliminate
Le otto misure soppresse riguardano interventi che, a causa di ritardi, inflazione o complessità tecnica, non sarebbero stati completabili entro il 2026.
| Misura | Ambito | Motivazione |
| Progetti “faro” per l’economia circolare (M2C1) | Economia circolare | Ritardi nei bandi e scarsa adesione |
| Uso dell’idrogeno nell’industria hard-to-abate (M2C2) | Decarbonizzazione | Tempi incompatibili con la scadenza 2026 |
| Potenziamento nodi ferroviari metropolitani (M3C1) | Mobilità urbana | Complessità progettuale e appalti lunghi |
| Ammodernamento linee ferroviarie regionali (M3C1) | Infrastrutture locali | Riorientata verso corridoi TEN-T |
| Elettrificazione ferrovie del Sud (M3C1) | Ferrovie meridionali | Spostata su fondi complementari nazionali |
| Connessioni ferroviarie interregionali (M3C1) | Reti di connessione | Sovrapposizione con altri fondi UE |
| Interconnessioni elettriche transfrontaliere (M7) | Energia e reti | Progetti non autorizzabili entro il termine |
| Assistenza tecnica PNRR (M7) | Governance | Accorpata alla gestione ordinaria |
La revisione mostra come alcune misure inizialmente previste non abbiano incontrato la domanda attesa o siano state rimodulate per permettere una spesa più rapida. Tra le più rilevanti:
- Incentivi per le imprese turistiche, ridotti da 1,8 miliardi a 509 milioni
- Meccanizzazione agricola, da 500 milioni a 100 milioni
- I progetti di mobilità dolce e ciclovie, da 4,6 miliardi a 449 milioni
- La Transizione 5.0, ridimensionata da 6,3 miliardi a 2,5 miliardi
Questi aggiustamenti mostrano un cambio di rotta: le risorse vengono riallineate verso interventi più realizzabili e di rapido impatto, anche a scapito della destinazione originaria dei fondi.
Criticità e punti e elementi da monitorare
Pur avendo ottenuto una valutazione positiva da parte della Commissione europea, il nuovo PNRR italiano presenta alcune criticità strutturali che meritano attenzione.
La prima, come accennato, riguarda la riduzione della quota verde e i tagli significativi ad alcuni progetti di mobilità dolce, come le ciclovie, che subiscono ridimensionamenti importanti rispetto alle previsioni iniziali. Si può interpretare come un segnale di come la priorità si stia spostando verso interventi più facilmente realizzabili entro le scadenze, a discapito della sostenibilità locale.
In questo contesto, a settembre, la Cabina di Regia PNRR ha approvato una nuova rimodulazione del PNRR a meno di un anno dalla scadenza entro cui dovranno essere raggiunti obiettivi e traguardi concordati con l’UE. Questa revisione, di natura finanziaria, interessa 34 misure per circa 14 miliardi di euro, pari al 7% del totale.
Tra le misure riviste figurano le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), l’agrivoltaico, il biometano, l’idrogeno verde, le rinnovabili nelle PMI e il Piano Transizione 5.0. In particolare, i fondi per le CER sono stati ridotti e concentrati su interventi già avviati o immediatamente cantierabili, per sostenere un modello chiave per la decarbonizzazione diffusa e la partecipazione attiva di imprese e cittadini. L’investimento 1.2 per le CER, inizialmente limitato ai comuni sotto i 5.000 abitanti e con un target di 1,7 GW, è stato esteso fino ai comuni con 50.000 abitanti, più per ricollocare fondi non spesi che per una reale espansione strategica; a marzo 2025 era stata realizzata meno dell’1% della potenza prevista.
Per rispettare le scadenze, il Governo ha anche rinviato parte dei fondi della Transizione 5.0, con circa 2 miliardi posticipati e il rischio che alcuni interventi difficili da completare vengano cancellati. Questa logica emergenziale privilegia la spesa rapida rispetto a una visione strategica di lungo periodo, con potenziali ricadute sulle comunità locali e sugli investimenti per la sostenibilità.
Un secondo nodo è di tipo amministrativo: la necessità di chiudere tutte le misure entro il 2026 rischia di creare una congestione nelle strutture pubbliche e negli enti attuatori, chiamati a completare bandi, appalti e rendicontazioni in tempi stretti. Infine, la revisione ha messo in evidenza alcune debolezze di progettazione iniziale. Non tutti gli interventi si sono dimostrati aderenti alla domanda reale dei territori o delle imprese, determinando definanziamenti e riallocazioni verso misure più richieste e attuabili.










