L’ennesima rimodulazione del PNRR rischia di compromettere lo sviluppo delle CER

Venerdì 26 settembre, durante la riunione della cabina di regia del PNRR, è stata annunciata una nuova revisione del Piano italiano, a meno di un anno dalla scadenza entro cui dovranno essere raggiunti obiettivi e traguardi concordati con l’Unione europea. Per la prima volta dopo oltre un anno e mezzo, anche l’Osservatorio Civico PNRR, di cui MIRA è membro, è stato invitato a partecipare alla discussione.
La revisione è stata poi presentata al Parlamento la settimana scorsa, con l’obiettivo di inviare la proposta a Bruxelles entro l’8 ottobre e ottenere l’approvazione entro il 13 novembre.

Si tratta della sesta e teoricamente ultima revisione del Piano, di natura finanziaria: 34 misure saranno interessate, per un valore complessivo di circa 14 miliardi di euro, pari al 7% del totale. Le modifiche derivano dai tempi sempre più stretti: la rendicontazione dovrà essere completata entro il 30 agosto 2026, la decima rata inviata entro il 30 settembre e l’erogazione finale da parte della Commissione dovrà avvenire entro il 31 dicembre 2026.

Ad oggi, i dati mostrano una spesa reale di soli 86 miliardi di euro, meno della metà della dotazione complessiva del Piano (194,4 miliardi). Inoltre, oltre 100.000 progetti dei quasi 450.000 finanziati sono ancora in corso. Di fronte a questi rallentamenti, il Governo ha scelto di riprogrammare le risorse, orientandole verso misure considerate più facilmente realizzabili nei tempi fissati dall’UE.

Tuttavia, per recuperare il ritardo e garantire il rispetto delle scadenze, il Governo ha deciso di eliminare o rinviare parte dei fondi destinati alla misura “Transizione 5.0”, fondamentale per guidare l’Italia verso una transizione verde e socialmente equa. Circa due miliardi di euro saranno posticipati, con il rischio concreto che alcuni interventi giudicati “difficili da completare” vengano di fatto cancellati.
Questa logica emergenziale, dettata più dal bisogno di bilanciare i conti che da una visione strategica di lungo periodo, finisce per trascurare le esigenze delle comunità locali e dei cittadini, che da anni chiedono strumenti efficaci e stabili per costruire un futuro energetico giusto, partecipato e sostenibile.

A pagare il prezzo più alto rischia di essere l’investimento per la promozione delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER). L’investimento 1.2, finanziato con 2,2 miliardi di euro, ha già registrato ritardi importanti. Il decreto attuativo che doveva definire le modalità di incentivazione, atteso nel 2022, è stato pubblicato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) solo a fine gennaio 2024, rallentando la possibilità di emanare bandi e costituire nuove CER.

Nel frattempo, anche gli obiettivi dell’investimento sono cambiati: inizialmente limitato ai comuni sotto i 5.000 abitanti (con un target di 1,7 GW di potenza installata, già ridotto rispetto ai 2 GW originari), è stato poi esteso ai comuni fino a 50.000 abitanti. Questo ampliamento, più che segno di apertura, riflette la necessità di ricollocare fondi non spesi. Secondo i dati del GSE, a marzo 2025 in Italia era stata realizzata meno dell’1% della potenza prevista dal PNRR per le configurazioni di autoconsumo collettivo e CER da completare entro giugno 2026.

Le CER sono un modello partecipativo e diffuso che permette alle comunità locali di produrre, consumare e condividere energia rinnovabile, contribuendo alla riduzione delle emissioni di CO₂ e al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione. Ogni taglio o rinvio dei fondi destinati a queste iniziative rischia di indebolire gli impegni nazionali sulla transizione energetica e di far perdere al Paese un’occasione di crescita innovativa e inclusiva, proprio mentre l’Europa punta su soluzioni locali e sostenibili.

Come Osservatorio Civico PNRR, abbiamo più volte segnalato le criticità e i ritardi nell’attuazione di questa misura alle istituzioni europee, nazionali e territoriali. Continueremo a farlo nei prossimi mesi, fino alla conclusione del Piano. Perché il PNRR possa davvero contribuire alla transizione verde e alla coesione sociale, serve una gestione più strategica e meno legata alle urgenze di spesa. Le decisioni prese oggi incideranno sulla capacità dell’Italia di investire in energie rinnovabili, innovazione sostenibile e sviluppo locale. Dare continuità alle misure come le Comunità Energetiche Rinnovabili significa rafforzare un modello di crescita che coinvolge cittadini, imprese e territori nella costruzione di un futuro più equo e resiliente.

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