Politica di coesione e investimenti nella difesa: dubbi della Corte dei conti su trasparenza e obiettivi ambientali

La Corte dei conti europea ha pubblicato martedì 6 maggio il suo parere sulle modifiche proposte dalla Commissione europea al quadro della politica di coesione 2021-2027, evidenziando criticità legate alla possibilità di riallocare i fondi verso le nuove priorità dell’UE, tra cui – per la prima volta – anche il settore della difesa.

Nello specifico, il 1° aprile 2025, il Commissario per la politica regionale Raffaele Fitto ha presentato una Comunicazione intitolata Una politica di coesione modernizzata: la revisione di metà periodo, accompagnata da due proposte legislative che modificano i regolamenti dei principali fondi della coesione per il periodo 2021-2027.

Il parere della Corte si inserisce in un momento delicato del processo legislativo: il 5 maggio, la Commissione per lo sviluppo regionale del Parlamento europeo ha approvato la proposta di revisione, mentre il 7 maggio, in plenaria a Strasburgo, i Parlamentari europei hanno votato a favore della procedura d’urgenza per esaminare il dossier legislativo. Decisioni che sollevano ulteriori perplessità, considerata la portata strutturale delle modifiche e l’assenza di una valutazione d’impatto dettagliata.

Come già evidenziato in un nostro precedente articolo, la riforma della politica di coesione rischia di snaturarne gli obiettivi originari. I fondi potrebbero essere riallocati dalle aree e dai settori più vulnerabili a favore di grandi imprese e progetti legati alla difesa, in risposta a nuove priorità geopolitiche. Questa possibile riallocazione di risorse, aggravata dai ritardi dovuti alla sovrapposizione con il PNRR e alle crisi recenti, rischia di compromettere il sostegno alla transizione ecologica in territori fragili come il Sulcis Iglesiente e Taranto.

Le nuove priorità: difesa, energia, abitazioni e competenze

Sulla carta, l’obiettivo principale della proposta è consentire agli Stati membri di riallocare parte delle risorse già disponibili verso cinque settori — come difesa, energia, edilizia abitativa e competenze per la transizione verde e digitale — attraverso un processo volontario e senza aumentare i fondi disponibili a livello nazionale.

La proposta introduce specifici obiettivi tematici per ciascun fondo della politica di coesione:

  • Fondo europeo per lo sviluppo regionale (FESR), Fondo di Coesione e Fondo per una Transizione Giusta: potranno finanziare investimenti in capacità industriali per la difesa, infrastrutture per la mobilità militare, accesso ad abitazioni a prezzi accessibili e progetti per la sicurezza e la transizione energetica. In Italia si è già parlato di spostare importanti progetti sotto questo cappello.
  • Fondo Sociale Europeo+: introdotte nuove priorità per lo sviluppo di competenze nel settore della difesa e nella decarbonizzazione industriale.

Si tratta di un cambio significativo nell’ambito di una politica storicamente focalizzata sulla riduzione delle disparità regionali e lo sviluppo territoriale equilibrato. Alcuni investimenti — come quelli in tecnologie dual-use o infrastrutture ambientali — erano già ammissibili, ma l’inclusione esplicita di difesa e mobilità militare rappresenta una novità assoluta. Concretamente, significa anche che questi fondi potrebbero essere allocati per finanziare le grandi imprese, e non le regioni e le aree meno sviluppate. Un approccio ben diverso dagli obiettivi sociali ed economici originali della politica di coesione, e difatti, diverse istituzioni tra cui la Corte dei Conti sollevano criticità.

Una maggiore flessibilità, ma con quali rischi?

Nel suo report, la Corte dei conti europea ha espresso preoccupazioni circa la progressiva espansione della politica di coesione, che potrebbe compromettere la sua missione originaria. L’assenza di una valutazione d’impatto è un limite che rischia di generare incertezze su costi, benefici e coerenza strategica.

Particolare attenzione è stata posta sulla mancanza di chiarezza in alcune aree:

  • Nel settore dell’edilizia abitativa, il concetto di “abitazioni accessibili” non è definito normativamente, rendendo incerto quali progetti siano ammissibili.
  • Il principio del Do No Significant Harm” (DNSH), fondamentale per garantire sostenibilità ambientale, non ha ancora un’applicazione chiara nel contesto degli investimenti legati alla difesa, a differenza di altri fondi come l’European Defence Fund o il programma SAFE, che ne sono esentati.
  • La proposta prevede un tasso di cofinanziamento UE fino al 100% per le nuove priorità strategiche, indipendentemente dal livello di sviluppo economico. Ma questo rischia di favorire le aree già industrializzate, compromettendo l’obiettivo di coesione territoriale.

Prolungamento del periodo di ammissibilità: un’arma a doppio taglio

Le proposte prevedono un’estensione fino al 2030 per l’ammissibilità della spesa nei programmi che destinano almeno il 15% delle risorse a queste nuove priorità. Questo modifica anche la regola del disimpegno automatico, dando più tempo agli Stati membri.

Tuttavia, questa flessibilità rischia di incentivare ritardi, aumentando il volume di impegni non ancora pagati e sovrapponendo i cicli di programmazione, con possibili pressioni sul bilancio UE.

Raccomandazioni per il futuro

Alla luce di queste osservazioni, la Corte dei Conti invita la Commissione e i co-legislatori a:

  • condurre una valutazione ex post dell’impatto delle modifiche;
  • chiarire criteri di ammissibilità per gli investimenti in difesa;
  • definire il concetto di “abitazione accessibile”;
  • monitorare gli effetti redistributivi del nuovo cofinanziamento.

Presentata come strumento di correzione, la revisione di metà periodo rischia di trasformarsi in un’operazione di riorientamento politico che indebolisce la missione originaria della politica di coesione. Senza un chiaro bilanciamento tra nuove priorità e coesione territoriale, il rischio è quello di snaturare uno dei pilastri fondamentali dell’integrazione europea.

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