Taranto accelera sul JTF, rimangono però alcuni interrogativi sul futuro degli investimenti

C’è un momento, nei processi lunghi e complessi, in cui i numeri iniziano finalmente a muoversi restituendo una sensazione che per mesi, a volte anche anni, era mancata: quella di qualcosa che prende forma, nella direzione giusta. A Taranto, oggi, questo momento sembra arrivato anche per il Just Transition Fund, il fondo europeo pensato per accompagnare territori segnati da una lunga storia industriale verso un nuovo equilibrio economico e sociale.

Dall’inizio del nuovo anno, qualcosa è cambiato. I progetti presentati alla Regione Puglia sono aumentati in modo evidente, quasi triplicati nel giro di poco tempo. Gli strumenti attivi, i Pia e i MiniPia, raccontano chiaramente questo scatto: dagli iniziali 6 progetti Pia si è passati a 11, superando i 100 milioni di euro di investimenti complessivi, mentre i MiniPia sono cresciuti da 17 a 55, con un valore che sfiora i 57 milioni. Una crescita che arriva dopo mesi in cui il meccanismo sembrava faticare a ingranare e che coincide anche con la sospensione di altri canali di finanziamento regionali.

È un segnale importante, perché restituisce fiducia a un territorio che da tempo cerca nuove traiettorie, e perché dimostra che, quando le condizioni si allineano, la risposta arriva. Ma è anche un segnale che va letto dentro una scala più ampia, quella delle risorse complessive disponibili: quasi 800 milioni di euro destinati a Taranto da investire entro il 2027. Se si guarda a questa cifra, e considerando che al momento sono stati spesi meno del 20% delle risorse disponibili, l’accelerazione delle ultime settimane appare ancora come un inizio, non come un punto di arrivo.

Ed è proprio qui che emerge la seconda linea, più inquieta, che attraversa il territorio. Perché mentre i numeri crescono, cresce anche una certa impazienza. Imprese, associazioni di categoria, rappresentanze locali iniziano a porre una domanda che è insieme pratica e politica: come si fa a evitare che una parte significativa di queste risorse resti inutilizzata?

I ritardi accumulati nella fase iniziale, la complessità degli strumenti, le difficoltà di comprensione e accesso hanno rallentato la capacità di spesa. Ancora oggi, una quota limitata delle risorse disponibili risulta effettivamente attivata, e questo alimenta il timore che il tempo possa diventare un fattore critico.

Da qui nasce la richiesta, sempre più esplicita, di ampliare il perimetro degli interventi. Da ultima quella avanzata da Confcommercio Taranto per ampliare l’elenco dei codici ATECO attualmente ammessi a bando. In particolare, si guarda ai MiniPia e alla possibilità di includere settori oggi esclusi o marginali, come commercio, servizi, professioni, turismo. L’argomento è lineare: se si allarga la platea, aumenta il numero di progetti, cresce la capacità di spesa, si riduce il rischio di perdere fondi. E, allo stesso tempo, si sostiene quella diversificazione economica che tutti indicano come necessaria per il futuro della città.

Eppure, proprio mentre questa richiesta prende forma, emerge una domanda più profonda: il Just Transition Fund nasce con un obiettivo preciso, quello di accompagnare una transizione, non semplicemente sostenere nuovi investimenti. È uno strumento pensato per intervenire su un’eredità industriale pesante, per ridurre gli impatti sociali ed economici di un cambiamento strutturale, per costruire alternative che siano coerenti con questa trasformazione.

Allargare i criteri, includere nuovi settori, rendere più accessibile lo strumento può certamente aiutare a spendere di più e più velocemente. Ma significa anche, almeno in parte, modificarne la natura originaria. Spostare l’attenzione dalla transizione alla crescita, dalla riconversione a una più generica attrazione di investimenti.

Non è una scelta neutra. E non è nemmeno una scelta semplice da giudicare. Perché da un lato c’è l’urgenza, concreta, di non perdere risorse che potrebbero sostenere il territorio in una fase delicata. Dall’altro c’è il rischio di diluire un obiettivo che nasce proprio per affrontare una specificità: quella di un territorio che non ha bisogno solo di nuovi investimenti, ma di un cambiamento del proprio modello.

In mezzo, come spesso accade, c’è la realtà quotidiana fatta di imprese che cercano strumenti utilizzabili, di istituzioni chiamate a dare risposte in tempi stretti, di una comunità che osserva e che, dopo anni di attese, fatica ad accettare nuovi rallentamenti.

Il punto, forse, non è scegliere tra apertura e coerenza, ma tenere insieme le due dimensioni senza scorciatoie. Capire se e come sia possibile rendere il fondo più accessibile senza svuotarlo di senso, accelerare la spesa senza trasformarlo in qualcosa di diverso da ciò per cui è stato pensato.

Taranto oggi si trova esattamente in questo passaggio. I numeri iniziano a muoversi, le energie sul territorio ci sono, le risorse anche. La direzione, però, è ancora oggetto di una discussione che non riguarda solo quanto si spende, ma che tipo di futuro si sta costruendo.

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