Intervista a Massimo Ruggieri: JTF a Taranto tra partecipazione e trasparenza

Taranto è al centro di uno dei percorsi di trasformazione più importanti e complessi d’Italia. Attraverso il Just Transition Fund, il Fondo europeo per la Transizione Giusta, alla provincia sono stati destinati quasi 800 milioni di euro per accompagnare il passaggio da un’economia fortemente legata all’industria pesante a un nuovo modello di sviluppo. Una cifra enorme, un’opportunità storica. Ma quanto di queste risorse sta arrivando davvero a cittadini, imprese e territorio? E chi verifica che gli interventi procedano nella direzione prevista?

Ne parliamo con Massimo Ruggieri, presidente di Giustizia per Taranto e tra i fondatori della Rete Civica per il Just Transition Fund di Taranto, coordinamento informale nato per vigilare sull’utilizzo di questi fondi e difenderne la finalità pubblica, per fare il punto, a circa quattro mesi dalla sua presentazione ufficiale, su ciò che sta accadendo tra risultati raggiunti, criticità ancora aperte e aspetti che, ad oggi, non stanno funzionando come dovrebbero.

A che punto siamo oggi con il processo di transizione a Taranto? Quali sono le scadenze più importanti all’orizzonte?

Ad oggi la transizione annunciata non è purtroppo ancora visibile. Le informazioni sono frammentarie anche per la scarsa trasparenza del processo e ciò che si sa è davvero poco per poter fare un bilancio. Di recente si è saputo che la Regione Puglia, organismo intermedio nella gestione del JTF, ha chiuso la procedura negoziale col Comune di Taranto per il progetto della Green Belt, ossia la cosiddetta cintura verde con la quale si intendono realizzare parchi e percorsi sul perimetro della città, per il resto poco altro. Ci sarebbero anche altri progetti importanti candidati dal Comune, come il Sea Hub, in grado di riordinare e dare impulso alla pesca, alla mitilicolture e alle economie collaterali che rappresentano davvero alcune delle vocazione territoriali e non se ne sa nulla. Né sappiamo, sul fronte privato, quanti progetti siano stati presentati, a che punto si trovi il portafoglio stanziato e se ci siano progettualità in grado di raggiungere gli obiettivi del programma. La scadenza più importante è proprio quella del JTF stesso per il quale vanno stanziati i fondi previsti entro il 2027, sperando che il territorio possa essere messo nelle condizioni di cogliere questa straordinaria opportunità tanto attesa. 

Cosa ha fatto fin qui la Rete, e cosa si aspettava di riuscire a fare che invece non è stato possibile?

Come Rete ci siamo spesi e ci spendiamo pubblicamente per segnalare le criticità del programma che, però, continua a registrare tutti i nodi denunciati: dai ritardi accumulati prima a livello governativo e poi regionale, alla scarsa trasparenza del processo, fino all’irrilevante coinvolgimento del territorio. Basti pensare che il Comitato di Sorveglianza si riunisce una volta all’anno e finora lo ha fatto solo per tre volte. Di per sé non è uno strumento che racchiude in modo esaustivo la platea dei protagonisti del territorio, figurarsi se lo si fa funzionare solo a livello formale. Denunciammo anche i ritardi della Regione nell’emanazione dei bandi relativi alle linee d’indirizzo previste. Oggi ne sono stati pubblicati diversi, ma notiamo gli stessi rallentamenti e, soprattutto, i mancati aggiornamenti. Continueremo a esercitare la nostra pressione come Rete per stimolare la migliore riuscita del JTF.

Quali sono gli ostacoli maggiori percepiti dal territorio e dalla Rete stessa? 

Uno dei nodi più critici che emerge è la difficoltà di accedere a informazioni affidabili e tempestive. Non è un problema secondario: senza informazione, non c’è partecipazione reale.

Quali sono gli episodi più significativi in cui informazioni rilevanti sul JTF sono emerse attraverso la stampa o canali informali prima di essere comunicate ufficialmente?

I bandi pubblicati dalla Regione sono affidati a comunicati stampa che neppure esplicitano la linea di intervento a cui fanno riferimento. Motivo per cui si fa anche fatica a capire a cosa facciano riferimento. A Taranto il JTF ha anche subito una rimodulazione che ha riguardato l’ingresso di nuove linee di credito. In particolare, quella sull’housing sociale, di cui pure c’è bisogno, crediamo possa portare con sé i rischi di una finanziarizzazione degli investimenti previsti. La riprogrammazione delle risorse ha poi previsto un’apertura verso le grandi aziende, scelta fatta ufficialmente in considerazione delle poche domande presentate da quelle piccole e medie. Ipotesi che avrebbe dovuto, piuttosto, porre degli interrogativi sull’adeguatezza delle politiche di accompagnamento e sugli strumenti previsti. Contestualmente si è registrata l’eliminazione, o il ridimensionamento, degli indicatori su occupazione e qualità ambientale (considerando che già i fondi per la riqualificazione dei lavoratori impiegati dalle industrie impattate dalla transizione siano stati sottostimati rispetto ai potenziali fruitori, vista la grave crisi in cui versa, ad esempio l’ex-Ilva).

Si riscontra una una discrepanza tra la dotazione finanziaria prevista dal PN JTF e quella indicata nel Piano esecutivo regionale, con difficoltà ad accedere a motivazioni pubbliche.

Esiste un canale ufficiale di comunicazione con i cittadini e con le organizzazioni della società civile?

Da tempo chiediamo l’istituzione di uno sportello informativo, accessibile e adeguatamente pubblicizzato, che illustri le possibilità del JTF e accompagni gli interessati nella redazione di progetti spendibili, ma non si è mai fatto. Pare ci sia un numero verde a riguardo, ma se ne sa pochissimo. Né gli uffici regionali preposti si distinguono per disponibilità. Dunque no, purtroppo non ci sono canali di comunicazione con i cittadini e non comprendiamo i motivi per cui un’occasione come questa non debba essere conosciuta e fruibile dai più. 

Da cosa dipendono, secondo voi, queste difficoltà di accesso alle informazioni e di coinvolgimento degli attori locali? 

L’impressione è che, come spesso accade per progetti di economia alternativi alle grandi industrie inquinanti, la politica non abbia grandi motivazioni per traghettare Taranto fuori dallo stagno del suo sviluppo consolidato. L’osservazione che emerge, in forma anche provocatoria, è se il mantenimento dello stato di emergenza a Taranto non finisca per assumere una certa inerzia strutturale.

Vale la pena fermarsi un momento su due strumenti che rappresentano la parte più immediata e operativa del JTF per il tessuto produttivo tarantino: i PIA e MiniPIA, strumenti di incentivazione che prevedono contributi a fondo perduto che possono arrivare fino al 65–80% dell’investimento complessivo. In pratica, risorse pubbliche messe a disposizione delle imprese per sostenere progetti di riconversione produttiva, innovazione tecnologica, efficientamento energetico e creazione di nuova occupazione.

Per molte aziende del territorio rappresentano la principale porta d’accesso alle opportunità della transizione giusta. Proprio per questo, le incertezze sul loro stato attuale, tra finestre di apertura, sospensioni e criteri di accesso non sempre chiari,  rischiano di tradursi in un ostacolo reale. La mancanza di informazioni stabili e facilmente accessibili può infatti frenare la partecipazione, ridurre la capacità di pianificazione delle imprese e, di conseguenza, limitare l’impatto stesso delle risorse disponibili sul territorio.

Negli ultimi mesi sono emerse informazioni che fanno pensare a un rallentamento o a una fase di stallo dei PIA e MiniPIA. Qual è il quadro che siete riusciti a ricostruire?

Qualche settimana fa è stata annunciata dalla Regione la sospensione di PIA e miniPIA che, da anni sono lo strumento regionale più utilizzato per le start up. Con il JTF queste misure sono state implementate e rese fruibili specificatamente anche all’interno del JTF. La sospensione riguarderebbe la necessità di vagliare i tanti progetti arrivati al fine di garantire i fondi per quelle che presentano i requisiti più coerenti, ma non si è specificato se la sospensione riguardi anche i progetti presentati nell’ambito del JTF, né se e quando si sbloccheranno.

Cosa significa concretamente uno stallo sui PIA per le imprese, i lavoratori e le comunità che ci stavano contando?

Avrebbe un impatto enorme proprio riguardo a quella fetta di imprese su cui più si fa affidamento per accompagnare il territorio verso altri e sani modelli di sviluppo. Vorremmo che la Regione dicesse chiaramente come stanno le cose e se è vero che i finanziamenti riguardanti il JTF non ne sono intaccati.

Come avete saputo di questa situazione, attraverso canali ufficiali o fonti indirette?

Le scarse notizie che si hanno a riguardo ci arrivano prevalentemente dalla stampa, purtroppo è un motivo ricorrente della gestione del programma.

Quindi… un’impresa o un’associazione che oggi volesse partecipare a un bando JTF sa dove guardare e con chi interfacciarsi? 

Come detto c’è un diffuso disorientamento, laddove proprio una scarsa conoscenza del JTF dovute alla scarsissima comunicazione, tuttavia, per restare al poco che se ne sa, inviteremmo a interfacciarsi col numero verde dello sportello che, pare, lavori a riguardo, o a rivolgersi a professionisti di settore che, riteniamo, abbiano approfondito le caratteristiche dello strumento e le modalità per presentare progetti.

Quali effetti produce un accesso diseguale alle informazioni? Esiste il rischio che alcuni soggetti siano avvantaggiati rispetto ad altri?

Va da sé che la scarsa diffusione di informazione rischi di agevolare solo chi ne è, o è stato informato, consolidando il malcostume di rendere accessibili le opportunità di finanziamento del Just Transition Fund a chi ne ha meno bisogno o a chi vuole trovare nuova collocazione sul mercato dopo aver causato a Taranto gli stessi problemi che il JTF vuole cercare di risolvere.

A quattro mesi dalla presentazione pubblica, qual è oggi la priorità numero uno della Rete?

Comunicazione, partecipazione, trasparenza ed efficienza sono le direttrici su cui continueremo a insistere affinché il JTF possa assolvere agli obiettivi per cui è nato. Taranto vuol cambiare il destino che le è stato imposto da qualche decennio e iniziare a pensarsi grande.

Un messaggio finale ai cittadini di Taranto che ancora non seguono da vicino il dossier JTF: perché dovrebbero interessarsene?

Di base, le ottime intenzioni con cui l’Europa ha ritenuto di venire incontro alle problematiche di territori fragili come Taranto si sono scontrate con la catena istituzionale italiana. Ciò fa comprendere come la città non possa permettersi di sentirsi terza alle dinamiche che la coinvolgono, se vuole davvero tracciare nuove prospettive di sviluppo socio-economico. L’invito è, dunque, di essere parte attiva del cambiamento che vogliamo. Informandosi e pressando affinché la politica, a tutti i livelli, si prenda le proprie responsabilità investendo sulle risorse e autentiche potenzialità del territorio.

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