Nuova diga di Genova: si aggrava il quadro, materiali non tracciati usati in mare

Non si fermano le perplessità sul progetto della nuova diga foranea del porto di Genova, la più costosa tra le opere finanziate nell’ambito del  PNRR, con un investimento pubblico salito da 1,3 a 1,6 miliardi di euro. Un’opera di grandi dimensioni, tecnicamente articolata – la più profonda mai costruita in Europa -concepita per rafforzare il ruolo del porto ligure nel corridoio europeo Reno-Alpi.

Ma alla sua ambizione si affiancano da tempo numerose criticità: problemi ambientali non risolti, opacità nelle procedure, una destinazione militare mai dichiarata pubblicamente, e oggi un nuovo allarme su materiali non tracciati sversati in mare.

Un progetto sotto accusa: ambiente, trasparenza e legalità

Come già evidenziato nel nostro approfondimento (leggi qui), la diga ha suscitato sin dall’inizio preoccupazione tra cittadini, comitati e associazioni ambientaliste. Gli studi ambientali sono stati giudicati incompleti: non analizzano in modo adeguato le dinamiche delle correnti mediterranee né gli impatti cumulativi e transfrontalieri, in contrasto con la Direttiva UE sulla Valutazione di Impatto Ambientale e la Convenzione di Espoo.

Le criticità non sono solo tecniche. L’opera minaccia l’equilibrio del Santuario dei Cetacei (Pelagos) e mette a rischio l’habitat di specie marine protette, violando la Convenzione di Berna. Il tutto, in un contesto già esposto a traffico navale intenso, inquinamento urbano e pressione antropica sulla città.

La conferma dell’uso duale: anche militare

Come se non bastasse, a luglio è arrivata la conferma ufficiale: la diga sarà un’infrastruttura a doppio uso, civile e militare. A dichiararlo in un’intervista televisiva è stato Carlo De Simone, sub-commissario dell’opera: la struttura potrà essere utilizzata, in caso di crisi, per lo sbarco di navi NATO e truppe, nell’ambito del programma europeo “Military Mobility”.

Secondo quanto riportato, il Governo prevede di conteggiare la diga come parte della “quota infrastrutturale” corrispondente al 5% del PIL destinato alla spesa militare per i membri della Nato entro il 2035. In questo modo, una parte dei fondi pubblici del PNRR servirebbe indirettamente a coprire investimenti militari.

Sembra che la Diga di Genova non sia l’unico progetto infrastrutturale a cui il governo intenda attribuire una funzione dual use: anche il Ponte sullo Stretto di Messina potrebbe rientrare tra questi interventi, permettendo così l’utilizzo di fondi europei per maxi-progetti che sollevano dubbi importanti sulla loro reale compatibilità ambientale.

La nuova denuncia: materiali non tracciati sversati in mare

L’ultimo sviluppo, tra i più preoccupanti, è la segnalazione di Arpa Liguria riguardo a materiali rocciosi “non debitamente tracciati” già utilizzati per la costruzione dei cassoni della diga. Secondo quanto riportato da il Fatto Quotidiano in un articolo a firma di Andrea Moizo, centinaia di migliaia di metri cubi di ghiaia e pietrame sarebbero stati impiegati senza i necessari controlli ambientali, come previsto dal Testo Unico sull’Ambiente.

Il progetto, già oggetto di indagine da parte della Procura europea, prevede l’utilizzo di materiali di scarto provenienti da altri cantieri, incluse lavorazioni del marmo, potenzialmente contaminanti. Uno dei principali fornitori, San Colombano Costruzioni, su 140 siti di provenienza non avrebbe fornito le dichiarazioni di conformità dei singoli produttori, ma solo una dichiarazione generica. Eppure, la tracciabilità era un requisito fondamentale prima di procedere alla posa in mare.

E la posa è già iniziata: secondo documenti tecnici, la ghiaia non tracciata è stata utilizzata nel secondo trimestre del 2025 per costruire colonne sommerse. Com’è possibile una simile mancanza di controllo su un’opera di questa portata, finanziata con fondi PNRR?

Alcuni deputati hanno annunciato un’interrogazione parlamentare urgente.

In mare senza VIA e in deroga alle leggi

Il progetto, partito nel 2019, è stato modificato in corso d’opera: accorpamento delle fasi, riduzione degli obblighi ambientali, e un decreto ad hoc (ottobre 2024), scritto in parte da Webuild, per consentire di procedere in deroga alla normativa vigente. Il Ministero dell’Ambiente ha persino concesso che non si dovesse aggiornare la Valutazione di Impatto Ambientale, nonostante modifiche significative al piano.

L’assenza di una VIA aggiornata per l’impiego di materiali potenzialmente inquinanti è stata segnalata da Arpal e Regione Liguria, ma i lavori sono andati avanti. Le verifiche tecniche sono tuttora incomplete, eppure emergono elementi critici: manca un piano dettagliato per mitigare l’intorbidimento dell’acqua.

Nel frattempo, i pescatori locali segnalano una riduzione della pescosità e un aumento della torbidità. La soglia massima per la cosiddetta “frazione pelitica” non è stata rispettata, e le misure correttive non risultano attuate.Ancora una volta, vogliamo portare l’attenzione su quest’opera, finanziata con risorse pubbliche straordinarie, che non rispetta i criteri ambientali, democratici e di trasparenza. Un progetto pensato per rafforzare il porto di Genova rischia di diventare simbolo di una gestione opaca delle risorse europee, dove ambiente, partecipazione e diritti sembrano secondari rispetto a logiche economiche e militari.

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