A metà del periodo di programmazione 2021-2027, l’Italia ha speso appena l’8% dei 74,8 miliardi di euro disponibili tra Fondo europeo di sviluppo regionale (FESResr), Fondo sociale europeo Plus (Fse+), Just Transition Fund (JTF) e Fondo Europeo per gli Affari Marittimi, la Pesca e l’Acquacoltura (Feampa). Si tratta di circa 6 miliardi, una cifra che evidenzia il ritardo nella spesa dei fondi europei e le difficoltà operative del nostro sistema amministrativo. Negli ultimi anni, la priorità attribuita al PNRR – con la scadenza fissata al 2026 – ha finito per comprimere l’attenzione sui fondi strutturali, drenando energie, risorse e capacità progettuali di ministeri e regioni a favore del Recovery Fund.
Nonostante il ruolo cruciale del Recovery Fund, restano evidenti debolezze: la scarsità di risorse umane, la carenza di competenze adeguate e l’instabilità politica continuano a limitare la capacità amministrativa del Paese.
A quattro anni dal lancio del NextGenerationEU, l’Europa entra nella fase finale del PNRR, con un divario evidente tra Paesi che avanzano verso i target e quelli che arrancano tra ritardi e procedure complesse. L’Italia, dopo l’approvazione della sesta revisione del Piano, punta a completare entro il 31 agosto 2026 riforme e investimenti previsti, accelerando la spesa per raggiungere gli obiettivi, pari a oltre 190 miliardi di euro.
Situazione dei fondi strutturali
Parallelamente, la fotografia dei fondi strutturali resta deludente. Secondo la Ragioneria generale dello Stato, le regioni meridionali registrano una spesa media del 5,4% di spesa, con casi estremi come Molise (0,01%) e Sicilia (0,9%), mentre il Centro-Nord raggiunge il 16,3%.
E non sono solo le regioni a procedere lentamente, ma anche i ministeri mostrano performance persino peggiori. I programmi nazionali, dal valore di quasi 26,5 miliardi, si fermano infatti appena al 4,8% di spesa.
Per migliorare la situazione, la Commissione europea, nella riprogrammazione di medio periodo dei fondi, ha consentito agli Stati membri di riallocare parte delle risorse verso nuove priorità: difesa, resilienza idrica, alloggi, energia e competitività. L’Italia ha già autorizzato riallocazioni per 2,6 miliardi di euro, destinati a reti idriche, transizione energetica, tecnologie strategiche, formazione e infrastrutture a duplice uso. L’obiettivo è offrire più flessibilità alle amministrazioni, con pre-finanziamenti aggiuntivi e un anno in più (fino al 2030) per completare la spesa.
Resta però una domanda di fondo: è davvero questa la direzione di cui abbiamo bisogno? La scelta di privilegiare la difesa e la competitività industriale rischia di allontanare l’attenzione da bisogni sociali urgenti, aggravando le disuguaglianze territoriali.
Efficienza amministrativa e coordinamento
A tutto questo si aggiunge un problema ormai cronico: la scarsa efficienza amministrativa che impedisce all’Italia di trasformare le risorse in risultati misurabili. I fondi europei rimangono bloccati tra burocrazia, carenza di competenze e sovrapposizioni di responsabilità. PNRR e fondi strutturali non possono essere due binari paralleli: dovrebbero agire in modo coordinato, contribuendo insieme a un modello di sviluppo sostenibile e solidale.
Oggi, l’Italia sembra sospesa tra l’urgenza di spendere e la difficoltà di farlo in modo efficace, e le priorità europee vengono ridisegnate più per necessità di scadenza che per reali priorità strategiche. Questa immagine racconta più di un ritardo contabile: rivela l’incertezza di un Paese che deve ancora definire chiaramente quale futuro intende costruire con le risorse messe a disposizione dall’Europa.









