La partecipazione troppo prudente dell’Italia alla COP30 

La COP30, ospitata a Belém in Brasile, si è chiusa lasciando una sensazione diffusa di risultato limitato, soprattutto tra i Paesi più determinati nell’azione climatica e tra i movimenti che seguono da vicino i negoziati. Con la presenza di quasi 200 Stati, la conferenza si è conclusa con l’adozione del Global Mutirão, l’accordo politico di fine lavori che riprende l’idea brasiliana dello sforzo collettivo per un fine comune. Un testo che, però, rimane piuttosto generico: non introduce misure specifiche sull’abbandono dei combustibili fossili e non affronta in modo incisivo il tema della deforestazione amazzonica, lasciando ancora aperti numerosi nodi irrisolti.

Per quanto riguarda i combustibili fossili, la COP30 non è riuscita ad approvare la richiesta di definire una roadmap internazionale per l’uscita graduale da petrolio, gas e carbone. In questo vuoto negoziale si colloca l’iniziativa parallela di oltre 80 stati con in testa Colombia e Paesi Bassi, che propongono di costruire un percorso internazionale per ridurre progressivamente l’uso dei combustibili fossili fino alla loro eliminazione, come risposta al divario sempre più evidente tra gli impegni proclamati e l’urgenza dell’emergenza climatica. Questa iniziativa è un tentativo di imprimere una direzione più chiara al dibattito globale, pur rimanendo – almeno per ora – al di fuori della cornice formale dei negoziati. Grande assente in questa iniziativa è l’Italia.
La difficoltà nel fare passi avanti nei testi ufficiali è stata causata soprattutto dall’opposizione dei grandi esportatori di petrolio, tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Russia, che hanno frenato ogni riferimento a una tempistica per superare i combustibili fossili. Il Global Mutirão, pur confermando l’impegno a contenere l’aumento della temperatura entro 1,5°C come previsto dall’Accordo di Parigi, non spiega come realizzare questo obiettivo e non introduce alcun percorso operativo sull’eliminazione delle fonti fossili.

Transizioni energetiche e finanziamenti ancora incerti

Sul fronte delle transizioni energetiche, la posizione comune riconosce la necessità di accelerare la diffusione delle rinnovabili, aumentare l’efficienza energetica e ridurre le emissioni di metano, tre elementi ritenuti indispensabili per ridimensionare l’impatto delle attività umane sul clima. Si ribadisce anche il principio della giusta transizione, cioè un insieme di politiche pensate per accompagnare lavoratori e territori che subiranno maggiormente le trasformazioni dei sistemi energetici. Tuttavia, il testo non chiarisce quali investimenti serviranno né come verranno regolati i minerali critici necessari, ad esempio litio, rame e nichel, fondamentali per batterie, pannelli solari e tecnologie pulite.
Sul piano economico, la COP30 annuncia l’intenzione di triplicare entro il 2035 i fondi destinati all’adattamento dei Paesi più vulnerabili, portandoli a 120 miliardi di dollari annui, ma senza introdurre risorse nuove, limitandosi a riprogrammare quelle già esistenti.

Un quadro geopolitico frammentato e un’Italia di retroguardia

Lo scenario geopolitico della conferenza ha mostrato divisioni profonde e alleanze inedite. L’assenza degli Stati Uniti ha favorito il rafforzamento di un asse composto da grandi produttori di combustibili fossili e da alcune economie emergenti – Brasile, Cina, India, Russia e Sudafrica – che hanno fatto fronte comune nel bloccare riferimenti più espliciti all’uscita dalle fonti fossili. L’Unione Europea, già indebolita da divergenze interne, non è riuscita a far avanzare posizioni più ambiziose.
In questo quadro, l’Italia è apparsa come uno dei Paesi meno propensi a spingere per nuovi impegni, insieme alla Polonia. Sul tema della mitigazione climatica, Roma ha confermato gli obiettivi già previsti dal proprio Piano Nazionale Energia e Clima (PNIEC), incluso il raddoppio della capacità rinnovabile entro il 2030, senza però proporsi come forza trainante per nuovi interventi.

Anche sulla giusta transizione l’Italia ha mantenuto una postura cauta: non ha sostenuto il Belém Action Mechanism (BAM), una proposta avanzata dalla società civile internazionale per creare un quadro globale condiviso su tutele sociali, investimenti e partecipazione democratica nei processi di transizione. Ma ha invece appoggiato una proposta europea più “leggera” – il Just Transition Action Plan – basata principalmente sulla condivisione di buone pratiche, giudicata da molti troppo debole ma considerata, da un punto di vista diplomatico, un possibile punto di partenza per accordi futuri.

Tensioni procedurali e prospettive verso la COP31

I lavori della COP30 sono stati segnati anche da momenti di forte tensione: la plenaria finale è stata sospesa dopo la protesta di numerose delegazioni che contestavano l’approvazione accelerata dei testi, percepita come una procedura opaca e non rispettosa del consenso negoziale. Nonostante le tensioni, il Global Mutirão è stato comunque adottato, definendo un quadro di collaborazione internazionale sulla giustizia climatica e sui processi di adattamento, ma rimandando ancora una volta le decisioni più impegnative su fossili e foreste.

Proprio su questi temi, il Brasile ha annunciato il Tropical Forests Forever Facility, un fondo creato al di fuori dei negoziati formali per sostenere la tutela delle grandi foreste tropicali; mentre l’iniziativa colombiana sulla graduale eliminazione dei combustibili fossili proseguirà in un forum parallelo, con una presentazione prevista per aprile 2026 a Santa Marta.In definitiva, la COP30 consegna un quadro di avanzamenti contenuti: un rafforzamento dell’attenzione sulla giusta transizione, un impegno a incrementare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2035 e una maggiore cooperazione internazionale, ma senza una direzione comune e chiara per superare combustibili fossili e deforestazione. L’Italia, nella dinamica europea, ha assunto un ruolo di retroguardia che ha limitato la capacità collettiva dell’UE di incidere sui negoziati. Il percorso riprenderà alla COP31 in Turchia, dove si attende un confronto più definito sulla roadmap parallela guidata dalla Colombia e, forse, un contributo più determinato da parte dell’Europa e dell’Italia.

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