PNRR: conto alla rovescia verso il 2026. Tra accelerazione forzata e scarsa trasparenza

Manca meno di un anno alla scadenza definitiva del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): entro il 31 agosto 2026 bisognerà aver raggiunto tutti i traguardi e gli obiettivi previsti nel Piano, e bisognerà aver caricato i certificati di collaudo sulla piattaforma ReGiS. Una deadline rigida, che come ha espresso più volte la Commissione europea non ammette proroghe, e che impone all’Italia di centrare ben 177 obiettivi e traguardi – oltre il 28% dell’intero Piano – nell’ultimo semestre utile.

Una corsa contro il tempo

Il cronoprogramma del PNRR ci evidenzia uno sbilanciamento notevole: dei 614 obiettivi complessivi, più di un quarto è concentrato nell’ultima rata. Nelle prime sei rate sono stati distribuiti circa 270 obiettivi, nelle successive tre 167, mentre l’ultima da sola ne contiene 177.

Un accumulo che rischia di trasformarsi in un ingorgo amministrativo e burocratico di portata eccezionale, considerando che ogni obiettivo richiede procedure complesse – bandi, gare, autorizzazioni, certificazioni – in un contesto in cui la macchina amministrativa, soprattutto a livello locale, mostra fragilità strutturali.

Il rischio è di puntare più alla quantità che alla qualità, aprendo cantieri “last minute” solo per certificare l’avvio dei lavori, con il pericolo di opere incomplete o realizzate senza una programmazione adeguata. Un déjà-vu per l’Italia, Paese dove non mancano esempi di fondi europei spesi in extremis per evitare di perderli, a scapito della qualità degli interventi.

Nessuna proroga dall’Europa

La Commissione europea ha già confermato che non saranno concesse estensioni: i fondi dovranno essere spesi e rendicontati entro le scadenze fissate dal Regolamento 2020.

Per l’Italia, al 31 maggio 2025, su un totale di 194,4 miliardi, la spesa sostenuta è pari a 74,3 miliardi di euro, il 38,22% del totale

La concentrazione della spesa nel finale aumenta il rischio di ritardi e di un utilizzo poco strategico delle risorse, con la possibilità di dirottarle verso destinazioni diverse rispetto a quelle originariamente previste. Come la possibilità emersa nei mesi scorsi di utilizzare parte delle risorse del PNRR per la spesa militare. Un provvedimento approvato a livello europeo consente infatti ai governi nazionali di destinare fondi originariamente previsti per la ripresa post-Covid a investimenti nel settore della Difesa, una scelta che solleva non poche perplessità sul rispetto degli obiettivi iniziali del Piano.

I nodi della trasparenza

A complicare ulteriormente la situazione c’è la scarsa disponibilità di dati aggiornati. Dal novembre 2024 alcune organizzazioni di ricerca, come il Centro Studi di Confindustria, non hanno più accesso diretto alla piattaforma ReGiS, dovendo basarsi su dati parziali forniti dal portale Italia Domani (fonte: Confindustria, novembre 2024). A questo si aggiunge la difficoltà per la società civile di accesso ai dati che garantiscono un monitoraggio efficace dell’implementazione del Piano, da sempre uno dei nodi più complicati del PNRR.

Questa limitazione mina la possibilità di monitorare il Piano in maniera costante e pubblica. Non sorprende, quindi, che l’impatto previsto del PNRR sulla crescita economica italiana sia stato rivisto al ribasso: dal +0,9% stimato nel DEF di aprile 2024 per l’anno in corso si è scesi a un modesto +0,1%. Le previsioni più ottimistiche spostano l’attesa di crescita al 2026, ma la credibilità di queste stime dipenderà dall’effettiva capacità di realizzare e completare i progetti.

La voce della società civile

Proprio sulla trasparenza e sulla qualità dell’attuazione si concentra l’impegno dell’Osservatorio Civico PNRR, di cui siamo membri insieme a diverse organizzazioni nazionali. Nel luglio 2024, in occasione della settima missione di monitoraggio della Commissione europea in Italia, abbiamo inviato una lettera a Céline Gauer, Direttrice Generale della Task Force per il Recovery and Resilience, per segnalare l’assenza di un confronto strutturato con la società civile, presente invece negli anni precedenti.

Con la scadenza del 2026 ormai alle porte e i ritardi accumulati, un dialogo trasparente e costante con chi monitora il Piano sarebbe fondamentale per evitare sprechi e garantire che i progetti siano davvero coerenti alle esigenze dei territori.

Prospettive e incognite

Il Governo italiano, attraverso il Ministro Foti, ha confermato le scadenze per le ultime due rate del Piano, ma ha ipotizzato il trasferimento di parte dei fondi su strumenti finanziari che consentano l’esecuzione delle misure anche oltre il 2026, purché gli impegni vengano presi entro la data prevista.

Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega alla Coesione e alle Riforme ed ex Ministro del PNRR, ha chiarito che non si tratta di una proroga del PNRR, che resta soggetto alle scadenze fissate. Gli strumenti finanziari già previsti nei Piani nazionali degli Stati membri permettono di individuare i beneficiari finali entro agosto 2026, con la possibilità di utilizzare le risorse successivamente.

Questa scelta sposta parte dei rischi al futuro, ma non elimina le criticità più immediate, concentrate nell’ultimo anno del Piano.

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