Intervista a Rosa D’Amato: il JTF e la sfida della transizione a Taranto

Il Just Transition Fund (JTF), di cui abbiamo ampiamente parlato con approfondimenti e momenti di informazione e formazione aperti alla cittadinanza e alla società civile, è lo strumento con cui l’Unione europea sostiene le regioni più colpite dalla transizione verso la neutralità climatica. Introdotto nel 2021 e attivo fino al 2027, in Italia destina complessivamente 1,2 miliardi di euro a due aree: Taranto (Puglia) e il Sulcis Iglesiente (Sardegna) intervenendo su energia e ambiente, diversificazione economica ed effetti sociali e occupazionali.

Nel caso di Taranto, si tratta di quasi 800 milioni di euro: dotazione che rappresenta un’occasione storica per ripensare il modello di sviluppo locale e superare la dipendenza dalle grandi industrie.

Per vigilare sull’utilizzo di questi fondi e difenderne la finalità pubblica è nata la Rete civica per il Just Transition Fund di Taranto, un coordinamento informale che riunisce diverse realtà del territorio impegnate sui temi ambientali e sociali. La Rete si propone di promuovere monitoraggio civico, trasparenza e partecipazione, stimolando un controllo democratico sui processi di transizione industriale, energetica e sociale legati al JTF.

Da un’analisi della Rete della documentazione ufficiale emergono alcune criticità sulla gestione del Fondo: incertezze sulla reale dotazione delle risorse, ritardi nell’attuazione, scarso coinvolgimento della cittadinanza e scelte controverse, come l’utilizzo di strumenti finanziari per l’housing o il ridimensionamento di alcuni obiettivi ambientali. Questioni che alimentano il dibattito sul rischio che il Fondo possa essere, almeno in parte, depotenziato o deviato rispetto alla sua missione originaria.

In questo contesto si inserisce l’intervista a Rosa D’Amato, tra le promotrici della Rete civica, con cui approfondiamo stato dell’arte, criticità e prospettive della transizione a Taranto.

Tu segui da tempo i temi ambientali e sociali legati a Taranto. Cosa ti ha spinto a impegnarti su questi temi e cosa significa per te oggi parlare di “transizione giusta” per la città?

Taranto è uno dei luoghi in cui la transizione non è un concetto teorico, ma una necessità concreta.
Parlare oggi di “transizione giusta” significa superare definitivamente l’idea che si debba scegliere tra lavoro e salute. Significa costruire un percorso che tenga insieme ambiente, diritti e sviluppo, e che sia anche trasparente e partecipato.
Una transizione è davvero giusta solo se è condivisa e verificabile nei suoi effetti.

Negli ultimi mesi il Programma nazionale del Just Transition Fund è stato riprogrammato. Queste scelte stanno andando nella direzione giusta rispetto ai bisogni della città come salute, ambiente, lavoro e servizi? Ci sono già segnali tangibili sul territorio?

La riprogrammazione del JTF è formalmente legittima, ma pone questioni rilevanti sul piano sostanziale.
Ha inciso in modo significativo sulle risorse e, soprattutto, non appare ancora pienamente coerente con i bisogni reali del territorio: salute, ambiente, lavoro e servizi.
Ad oggi si percepisce ancora una distanza tra il programma e la vita concreta delle persone. I segnali sul territorio sono limitati e serve un’accelerazione forte nella fase attuativa.

La Rete Civica nasce per rafforzare trasparenza e partecipazione. Dal tuo punto di vista, quali strumenti o iniziative funzionano davvero per coinvolgere le persone e farle sentire parte delle decisioni sul futuro della città?

Il tema della partecipazione è centrale.
Negli ultimi mesi si è rafforzata la dimensione comunicativa, ma meno quella della partecipazione sostanziale. Il rischio è che le comunità vengano informate, ma non realmente coinvolte.
Per funzionare davvero, la partecipazione deve essere continua, trasparente e capace di incidere sulle decisioni.
Servono spazi stabili di confronto e strumenti che permettano ai cittadini di essere parte attiva del processo.

Tra le proposte discusse a Taranto ci sono anche strumenti territoriali come uno sportello dedicato alla transizione o iniziative di incubazione per progetti locali. In che modo strumenti di questo tipo potrebbero aiutare cittadini e imprese locali a partecipare di più al cambiamento della città?

Strumenti come uno sportello territoriale e un incubatore pubblico possono essere decisivi.
Uno sportello può offrire supporto tecnico e orientamento, mentre un incubatore può accompagnare progetti legati a energie rinnovabili, economia circolare, bonifiche ambientali, servizi urbani sostenibili e innovazione sociale.
L’obiettivo è rendere la transizione accessibile e diffusa, non riservata a pochi.

L’apertura del JTF anche alle grandi imprese ha generato un dibattito sul rischio di concentrazione delle risorse. Come si può trovare un equilibrio tra l’attrazione di capitali e il sostegno alle piccole imprese e all’economia locale?

L’apertura alle grandi imprese può essere utile, ad esempio per sviluppare energie rinnovabili, tecnologie di decarbonizzazione e logistica sostenibile. Ma serve equilibrio: sostegno alle PMI, ricadute locali obbligatorie, coinvolgimento delle filiere territoriali.
La transizione deve rafforzare il sistema economico locale, non sostituirlo.

Negli ultimi anni si parla sempre di più anche di housing sostenibile e accessibile come parte delle politiche urbane. A Taranto potrebbe diventare un tema importante per migliorare la qualità della vita delle persone? Quali opportunità o criticità vedi?

L’housing può migliorare la qualità della vita e rigenerare la città attraverso riqualificazione energetica, recupero di immobili e nuovi modelli abitativi. Ma deve restare accessibile e orientato all’interesse pubblico, altrimenti perde il suo valore dentro una politica di transizione giusta.

Se immagini Taranto tra dieci anni dopo una transizione davvero riuscita, che città vedi?

Immagino una Taranto con un modello economico più sostenibile e diversificato.
Con sviluppo di energie rinnovabili, economia del mare, bonifiche, economia circolare, agricoltura sostenibile, turismo culturale e ricerca.
Una città con amministrazioni più forti, più partecipazione e una qualità della vita più alta. Ma soprattutto una città che non subisce più le scelte, ma le costruisce insieme alla propria comunità.

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