Meno combustibili fossili, più rinnovabili: il costo della dipendenza e la sfida per l’Europa

Ridurre la dipendenza da carbone, petrolio e gas oltre ad essere una scelta legata alla lotta contro il cambiamento climatico significa anche proteggere famiglie, imprese e finanze pubbliche dalla volatilità dei mercati energetici e dagli shock geopolitici. Le tensioni in Medio Oriente hanno riportato in primo piano quanto possa essere costosa un’economia ancora legata alle fonti fossili, mentre l’Europa prova ad accelerare verso un sistema fondato sull’elettrificazione e sulle energie rinnovabili.

Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), i sussidi globali ai combustibili fossili potrebbero raggiungere nel 2026 circa 1.100 miliardi di dollari, nello scenario basato su un prezzo medio del petrolio di 88,6 dollari al barile, e arrivare fino a 1.430 miliardi di dollari nello scenario più severo, con un prezzo medio del greggio di 110 dollari. L’UNDP segnala che, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito, il ricorso a sussidi, agevolazioni e altre misure per contenere lo shock energetico può comprimere le risorse disponibili per sanità, istruzione, infrastrutture e transizione energetica.

Qual è il costo economico e ambientale dei combustibili fossili?

Il problema dei sussidi non riguarda soltanto la quantità di denaro destinata a sostenere il consumo di petrolio, gas e carbone. Quando i prezzi internazionali aumentano, gli Stati intervengono spesso per contenere il costo dell’energia attraverso agevolazioni fiscali, prezzi amministrati, trasferimenti e altre misure di sostegno. Nel breve periodo queste misure possono attenuare l’impatto sulle famiglie e sulle imprese, ma nel tempo rischiano di consolidare la dipendenza dalle fonti fossili e di sottrarre risorse agli investimenti necessari per costruire alternative. L’UNDP sottolinea proprio questo effetto: il sostegno può offrire sollievo temporaneo, ma comporta un costo fiscale e può rinviare investimenti destinati allo sviluppo e all’energia pulita.

Il costo, inoltre, non si esaurisce nei bilanci pubblici. La combustione di carbone, petrolio e gas è la principale causa del riscaldamento globale di origine antropica e contribuisce ad aumentare i rischi associati a numerosi eventi climatici estremi. Il 28 luglio 2026 il segretario esecutivo dell’ONU per il cambiamento climatico, Simon Stiell, ha richiamato l’aumento dei costi umani ed economici della crisi climatica e ha chiesto di accelerare l’uscita da carbone, petrolio e gas, insieme a una maggiore diffusione delle energie rinnovabili.

L’estate del 2026 ha offerto esempi che rendono difficile considerare la crisi climatica come una questione lontana. In Europa, ondate di calore e incendi hanno messo sotto pressione territori, infrastrutture ed economie locali. Un altro caso recente è la devastante alluvione che ha colpito il confine tra Nepal e Tibet dopo il crollo di una massa glaciale. Le informazioni disponibili indicano nel collasso del ghiacciaio e nella conseguente colata di detriti la causa immediata dell’evento; secondo la climatologa del CNR Marina Baldi, lo scioglimento della parte di ghiacciaio coinvolta è riconducibile al riscaldamento globale con un conseguente crescente instabilità delle aree d’alta quota. È tuttavia importante distinguere tra il contributo del cambiamento climatico alla destabilizzazione dei ghiacciai e l’attribuzione precisa di un singolo evento estremo.

L’Europa punta sull’elettrificazione e sulle rinnovabili

Per l’Unione europea, ridurre l’uso dei combustibili fossili significa intervenire contemporaneamente su clima, sicurezza energetica e competitività. La Commissione europea indica che nel 2025 l’UE ha importato combustibili fossili per circa 340 miliardi di euro e che il 57% dell’energia consumata nell’Unione era costituito da combustibili fossili importati. La strategia europea AccelerateEU punta quindi a ridurre questa esposizione attraverso una maggiore produzione di energia pulita in Europa, il rafforzamento delle reti e l’elettrificazione.

Il Piano d’azione europeo per l’elettrificazione, pubblicato il 17 luglio 2026, indica un obiettivo indicativo: portare la quota dell’elettricità nei consumi energetici finali dell’UE dal 23% attuale al 46% entro il 2040. Secondo la Commissione, il raggiungimento di questo traguardo potrebbe ridurre fino a 260 miliardi di euro l’anno la spesa dell’UE per l’importazione di combustibili fossili entro il 2040. Nel 2025 le rinnovabili hanno già rappresentato il 49,9% dell’elettricità lorda consumata nell’Unione, ma l’elettricità copre ancora soltanto il 23% dei consumi energetici finali.

La transizione richiede investimenti elevati, soprattutto nelle reti, nella produzione di energia pulita e nell’efficienza energetica. La Commissione stima un fabbisogno di circa 660 miliardi di euro l’anno tra il 2026 e il 2030, che salirebbe a 695 miliardi annui tra il 2031 e il 2040. Si tratta di una stima degli investimenti necessari nel settore energetico per raggiungere gli obiettivi della transizione, non di una semplice voce di spesa pubblica: la Commissione sottolinea infatti la necessità di mobilitare soprattutto capitale privato, utilizzando i fondi pubblici come leva.

Il confronto, però, non dovrebbe limitarsi al prezzo degli investimenti: va considerato anche il costo economico e sociale della dipendenza da fonti il cui prezzo e la cui disponibilità risentono delle crisi geopolitiche. L’Electrification Action Plan collega infatti l’elettrificazione non solo alla decarbonizzazione, ma anche a sicurezza energetica, competitività e riduzione della vulnerabilità agli shock esterni.

E l’Italia?

L’Italia presenta ancora un sistema energetico fortemente esposto alle fonti fossili e mantiene un livello elevato di sussidi ambientalmente dannosi (SAD), cioè incentivi, agevolazioni o esenzioni che, secondo la metodologia del Catalogo ISPRA, producono effetti ambientali negativi. Secondo ISPRA, sulla base del Catalogo dei sussidi ambientali, nel 2024 i SAD ammontavano a 25,4 miliardi di euro, mentre i sussidi alle fonti fossili erano pari a 19,6 miliardi. Il dato italiano mostra quindi che la discussione sulla transizione non riguarda soltanto gli obiettivi climatici, ma anche la destinazione delle risorse pubbliche. 

La questione non può essere affrontata semplicemente cancellando le agevolazioni da un giorno all’altro. Una parte delle misure di sostegno incide infatti direttamente o indirettamente sui prezzi pagati dalle famiglie e la loro eliminazione, se non accompagnata da misure sociali e compensative, potrebbe pesare maggiormente sui redditi più bassi. La direzione della politica pubblica dovrebbe quindi essere quella di spostare progressivamente le risorse dai consumi fossili verso le rinnovabili, l’efficienza energetica, il trasporto pubblico, le reti e le tecnologie capaci di ridurre la spesa energetica, proteggendo al tempo stesso le famiglie più vulnerabili.

La sfida per l’Italia è trasformare il costo della dipendenza in un’occasione di investimento. Meno petrolio e gas importati possono significare maggiore capacità di produrre energia sul territorio, maggiore protezione dalle crisi internazionali e una minore esposizione ai costi economici della crisi climatica. La transizione energetica, in questa prospettiva, riguarda insieme riduzione delle emissioni, sicurezza energetica, competitività e capacità delle istituzioni di proteggere il benessere futuro.

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