Il caos della rimodulazione delle CER nel PNRR: da esempio virtuoso, l’Italia taglia le gambe alle comunità energetiche (-64%)

Quando nel 2021 è stato approvato il PNRR, la scelta del governo italiano di puntare con forza sulle CER – Comunità Energetiche Rinnovabili aveva acceso grande entusiasmo. Con 2,2 miliardi di euro dedicati allo sviluppo delle CER, l’Italia mandava un segnale importante, sostenendo un modello capace di energia pulita, partecipazione, benefici sociali per i cittadini. Il governo sembrava pronto a far crescere rapidamente un settore che in quel momento stava muovendo i primi passi, visto che le CER in Italia nel 2021 erano ancora poco diffuse, spesso limitate a iniziative pilota. 

In più, la misura italiana introduceva un’attenzione particolare ai piccoli comuni. Le comunità energetiche potevano così diventare non solo uno strumento di transizione ecologica, ma anche in un’occasione di connessione tra territori, portando benefici alle zone più remote del Paese.

Poi, però, sono arrivati i ritardi nel Decreto attuativo e le difficoltà burocratiche, che hanno reso molto complicato l’assorbimento delle risorse e lo sviluppo delle CER in Italia. Ne abbiamo parlato tante volte, ed altrettante volte abbiamo portato ai decisori politici la preoccupazione che i ritardi potessero compromettere lo sviluppo delle CER in Italia e, difatti, quella che doveva essere una misura trainante per la transizione energetica a livello locale si è trasformata in un percorso pieno di ostacoli per tutti i soggetti coinvolti, da amministrazioni, cittadini e operatori del settore. Il risultato? La sesta revisione del PNRR ha ridotto drasticamente la dotazione per le CER: dai 2,2 miliardi previsti inizialmente, si è passati ad un totale di 795,5 milioni di euro, cioè un taglio del – 64%. 

La scelta del MASE, cause ed effetti

La  scelta è stata comunicata venerdì scorso dal MASE e giustificata con la necessità di rispettare la scadenza europea del PNRR, che vede il raggiungimento di questo obiettivo entro il 30 giugno 2026. Ma questa decisione arriva nel momento in cui il settore stava crescendo più rapidamente, grazie anche all’estensione del contributo ai Comuni fino a 50.000 abitanti. Solo pochi mesi fa il Governo aveva infatti ampliato la platea dei beneficiari per accelerare la diffusione delle CER, aprendo di fatto l’accesso a centinaia di nuovi territori e a migliaia di potenziali configurazioni. Oggi in Italia, secondo i dati aggiornati al mese di ottobre, le CER operative sono circa 1500 a fronte dell’ambizione iniziale ipotizzata a 20mila.A questo si aggiunge che, già mesi fa, era stato modificato l’obiettivo dell’investimento: il nuovo target era diventato il raggiungimento di 1,7 GW di nuova potenza installata, non più l’utilizzo integrale dei 2,2 miliardi. Secondo il Ministero, mantenere aperta la misura non avrebbe comunque consentito di spendere tutta la dotazione, perché il contributo era sceso dal 100% al 40%. Per evitare di perdere l’intera dotazione PNRR, si è scelto quindi di ridimensionare la misura sia in termini di gigawatt sia di risorse. Questo però ha complicato lo stato attuale delle richieste.

Secondo gli ultimi dati del GSE (25 novembre 2025), le richieste presentate ammontano a 1.005,7 Mln € per una potenza complessiva degli impianti pari a 2.297,8 MW. Un valore che supera la soglia fissata a 1.730 MW: l’obiettivo del PNRR risulta dunque non solo raggiunto, ma ampiamente superato.

La previsione più realistica è che ci sarà un taglio “fisiologico” delle progettualità non idonee o considerate errate, percentuale che potrebbe superare di molto il 15% ipotizzato. A generare interrogativi e anche scontento è il fatto che centinaia di pratiche risultino ferme da luglio, senza aver ricevuto ancora alcun riscontro: un elemento che alimenta il sospetto che questa riduzione serva in fin dei conti far quadrare il bilancio

Da qui il primo nodo operativo: la misura chiuderà automaticamente il 30 novembre perché il target è stato superato, oppure resterà aperta finché non saranno esauriti i 23 milioni residui?

Problema: il Ministero non aveva mai chiarito né il livello reale di raggiungimento del target né che il superamento dei 1,7 GW avrebbe comportato la chiusura dell’investimento. Ora si attendono comunicazioni per chi ha ancora pochi giorni per presentare domanda.

Il taglio rischia di frenare il modello CER

La riduzione delle risorse modifica radicalmente le condizioni operative dell’ecosistema CER. Il settore segnala vari punti critici:

  • Il ridimensionamento della misura mette a rischio una filiera costruita in anni di lavoro, spesso con competenze difficilmente trasferibili 
  • La logica delle scadenze prevale sull’efficacia: nel tentativo di “chiudere tutto” entro il 2026, si sacrifica un modello che si sarebbe dovuto strutturare nel medio periodo
  • Gli investimenti degli operatori rischiano di rimanere scoperti o non più sostenibili
  • Nei Comuni medi e piccoli vengono meno prospettive certe proprio mentre la partecipazione territoriale stava maturando
  • La fiducia degli investitori viene minata: negli ultimi mesi le domande erano aumentate proprio perché il Governo aveva ampliato i beneficiari, spingendo molti soggetti a programmare nuovi impianti

La contraddizione è evidente: dopo aver esteso il perimetro delle CER per accelerarne lo sviluppo, pochi mesi dopo si riduce la principale fonte di finanziamento pubblica.

Le CER dovrebbero rappresentare uno dei pilastri della transizione energetica dal basso, per ridurre i consumi, coinvolgere le comunità e democratizzare la produzione di energia rinnovabile. Oggi, invece, il settore si trova a fare i conti con risorse ridotte, procedure affrettate e un cambio di rotta che non premia chi aveva creduto per tempo nel modello.

Mercoledì 26 novembre, il MASE ha comunicato che la riduzione della dotazione PNRR per le CER non è un passo indietro, ma “un’operazione di responsabilità e buon governo” e che “le risorse sono state riallineate al fabbisogno effettivo della misura, senza rischi di perdita finanziaria nella fase conclusiva del PNRR, salvaguardando gli obiettivi sulle CER e, allo stesso tempo, mettendo in sicurezza l’intero PNRR e il suo complesso di interventi a beneficio di famiglie, imprese e territori.” Nella stessa comunicazione, il Ministero ha anche evidenziato che si farà parte attiva nel ricercare ulteriori risorse alle CER, ma come lo farà, se le CER non sono state nemmeno inserite nel Piano Sociale per il Clima, nonostante le raccomandazioni della società civile?

Inoltre, la gestione discontinua da parte del MASE e del GSE (norme cambiate più volte, tempi lunghi per il recepimento della direttiva, comunicazioni poco chiare e incoerenti) restituisce la sensazione di un approccio più orientato a chiudere target formali che a costruire politiche stabili. La sensazione, ancora una volta quando si parla di PNRR, è che la priorità italiana sia chiudere le scadenze, più che sostenere una politica energetica di lungo periodo.

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