Comunità Energetiche in stallo: cosa non ha funzionato nel bando della Regione Lazio?

Un bando da 14 milioni di euro per promuovere le Comunità Energetiche Rinnovabili, ma solo due progetti presentati. Perché?

A gennaio 2025 la Regione Lazio ha pubblicato un bando per sostenere gli investimenti nelle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), con l’obiettivo di incentivare la produzione e la condivisione di energia da fonti rinnovabili. La misura, rivolta a enti locali, associazioni e soggetti collettivi, metteva a disposizione 14 milioni di euro dai fondi della politica di coesione dell’UE del Programma Regionale FESR Lazio 2021-2027 per impianti da realizzare al servizio delle CER.

Eppure, tra il 20 gennaio e il 20 maggio, solo due domande sono state caricate sulla piattaforma GeCoWEB Plus. Un dato sorprendente, considerando l’interesse crescente verso queste realtà e il loro potenziale nella transizione energetica.

Due nodi da sciogliere

Secondo le realtà attive sul territorio, sono due i principali ostacoli che hanno frenato le adesioni:

  • Il limite massimo di spesa ammissibile, fissato a 200.000 euro, troppo basso rispetto ai costi effettivi degli impianti, soprattutto in ambito urbano
  • La mancanza di spazi disponibili. In molti comuni, le assegnazioni dei tetti pubblici erano ancora in fase di definizione. A Roma, ad esempio, il regolamento per l’uso dei tetti degli edifici comunali è stato approvato solo il 12 dicembre 2024, a ridosso dell’apertura del bando

Il Coordinamento delle Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali di Roma e Lazio – composto da 17 associazioni già attive nel Terzo Settore – aveva segnalato già a marzo questi limiti. Le tempistiche e le condizioni economiche proposte non erano compatibili con lo stato di avanzamento delle CER esistenti né con i tempi necessari per avviarne di nuove.

“Il principale limite del bando regionale è che è stato costruito senza partire dalla realtà concreta delle Comunità Energetiche Rinnovabili” commenta Anelia Stefanova, di CEE Bankwatch Network e tra i della CERS Illuminati – Sabina ETS. “Anche lo studio promosso da Riccardo Troisi dell’Università di Tor Vergata, realizzato con NeXt Economia, lo mostra chiaramente: oggi la maggior parte delle CER italiane coinvolge gruppi piccoli, spesso sotto i 20 soci, con impianti di piccola taglia e forme associative semplici. È un tessuto in crescita, radicato nei territori e ancora in una fase iniziale di sviluppo. Ma il bando della Regione richiede progetti su scala ben più ampia, con soglie economiche elevate, che rischiano di escludere proprio queste realtà. C’è un evidente scollamento tra ciò che le CER sono oggi – laboratori di mutualismo e cittadinanza energetica – e ciò che viene loro richiesto per accedere ai fondi. Serve un ripensamento, perché strumenti pensati per sostenere le comunità non possono diventare una barriera. Il cambiamento parte dal basso, e la programmazione deve essere capace di accompagnarlo”.

Una transizione che va accompagnata

Rispondendo a un’interrogazione della consigliera regionale Marta Bonafoni, l’assessora regionale al Turismo, Ambiente e Cambiamenti Climatici, Elena Palazzo ha dichiarato che la Regione “sta analizzando con attenzione ogni proposta” per valutare eventuali modifiche future. Tuttavia, il rischio è che molte delle realtà locali più pronte siano state escluse proprio da questa finestra di opportunità.

Un paradosso: le CER vengono spesso citate come strumento chiave per ridurre le emissioni, rafforzare i legami sociali e contrastare la povertà energetica. Ma, nei fatti, si trovano ancora a fare i conti con ostacoli burocratici e normative poco allineate con i bisogni reali dei territori.

Nel mese di giugno, in collaborazione con il Coordinamento Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali Roma e Lazio, abbiamo approfondito queste dinamiche nell’incontro ““Sbloccare il potenziale delle Comunità Energetiche Rinnovabili Solidali. Modelli di partecipazione democratica alla transizione verde””, mettendo in luce il ruolo che possono avere le CERS come modelli partecipativi capaci di redistribuire potere, energia e risorse in modo più equo.

Serve maggiore coerenza tra le dichiarazioni di principio e gli strumenti messi in campo. Le realtà locali sono pronte a fare la loro parte. Ora tocca alle istituzioni fornire le condizioni perché possano farlo.

Che cosa sono le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali?

Le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali (CERS) sono gruppi composti da cittadini, associazioni, enti pubblici o imprese locali che decidono di unire le forze per produrre, condividere e consumare energia da fonti rinnovabili. Non si tratta solo di risparmiare sulla bolletta, ma di costruire modelli collaborativi di gestione dell’energia.

Le CER si basano sull’autoproduzione da fonti pulite (come il fotovoltaico) e sull’autoconsumo collettivo. Le CERS aggiungono a tutto questo una dimensione sociale: parte del valore generato viene destinato al sostegno di soggetti vulnerabili o a iniziative individuate dalla comunità stessa.

Queste realtà permettono:

  • Benefici ambientali: meno emissioni, più energia pulita, modelli locali e decentralizzati
  • Benefici economici: bollette più leggere, nuove opportunità per imprese locali, accesso a incentivi pubblici
  • Benefici sociali: lotta alla povertà energetica, rafforzamento della solidarietà, coinvolgimento attivo delle fasce più fragili

Dove siamo oggi?

Secondo il Rapporto 2024 di Energy&Strategy, in Italia si contano 168 comunità energetiche attive o in fase avanzata, con un aumento del 89% rispetto all’anno precedente. Lazio, Piemonte, Sicilia e Lombardia sono tra le regioni più attive. Tuttavia, la maggior parte degli impianti resta di piccole dimensioni e molte CER faticano a decollare per via di costi, complessità tecniche e normative.

Le CERS possono nascere ovunque: nei quartieri, nei piccoli comuni, in condominio aree industriali. La loro forza sta nella capacità di adattarsi al territorio e generare valore condiviso.

Oltre l’energia: un progetto di comunità

Le CERS non sono solo una soluzione tecnica, ma una scelta politica e culturale. Non si tratta solo di pannelli solari, ma di costruire relazioni. Dove nascono, si rafforza il senso di appartenenza, si attivano processi educativi, si valorizzano le competenze locali.

La dimensione solidale non è un elemento accessorio, ma uno degli aspetti centrali delle CERS. Offrono una visione della transizione ecologica fondata sulla partecipazione e sulla condivisione, capace di includere anche chi solitamente rimane ai margini. Nonostante le difficoltà ancora presenti, ogni esperienza attivata contribuisce a costruire un approccio più equo e collaborativo alla gestione dell’energia.

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