Dentro il PNRR: gli ultimi mesi, spiegati bene
Questo articolo è parte di una rubrica di MIRA Network dedicata agli ultimi mesi del PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Entro il 31 agosto 2026, l’Italia dovrà aver completato tutti gli obiettivi e i traguardi del Piano, condizione necessaria per ricevere i finanziamenti europei. Con 194,4 miliardi di euro assegnati, l’Italia è il paese che ha beneficiato della quota più alta nell’ambito del Next Generation EU. MIRA segue l’attuazione del Piano sin dal suo avvio e in questa rubrica ne racconta la fase conclusiva.
Puntate precedenti:
- PNRR: NUMERI, RITARDI E COSA RESTA DA FARE NELL’ULTIMO ANNO
- ACQUEDOTTO DEL PESCHIERA: DA OPERA STRATEGICA A CASO SIMBOLO IN NEGATIVO
- PNRR E PARTECIPAZIONE: UN DIALOGO CHE NON È STATO MAI APERTO DAVVERO
In questo appuntamento della rubrica ci concentriamo sul caso del dissalatore sul fiume Tara, uno degli investimenti pubblici più discussi tra quelli collegati al PNRR e alla gestione delle risorse idriche nel Mezzogiorno. Il progetto nasce per rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento idrico in Puglia, ma nel corso del tempo è diventato un banco di prova sul modo in cui vengono definite e portate avanti opere che hanno un impatto importante su ambiente, comunità locali e uso delle risorse pubbliche.
L’intervento prevede la realizzazione di un impianto di dissalazione nell’area delle sorgenti del Tara, a Taranto. Da progetto, l’opera dovrebbe garantire una produzione fino a 1.000 litri al secondo e contribuire all’alimentazione idrica di circa 385 mila persone. Il costo complessivo supera i 100 milioni di euro con un finanziamento anche nell’ambito delle risorse del PNRR pari a 27 milioni, dopo che in precedenza era stato bocciato dai criteri del Just Transition Fund.
La questione però va oltre il volume dell’investimento o la sua funzione tecnica. Ciò che solleva dubbi e preoccupazioni è il rapporto tra l’infrastruttura e il contesto in cui la stessa si inserisce, ovvero un’area di pregio socio-ambientale, caratterizzata da forti pressioni industriali e che sta vedendo una crescente sensibilità civica rispetto alla tutela del fiume e degli ecosistemi coinvolti.
Perché ci interessiamo del caso del dissalatore del fiume Tara
Il dissalatore del Tara è un caso emblematico perché concentra alcune delle tensioni più ricorrenti nelle politiche pubbliche finanziate con il PNRR: tempi stretti, scelte infrastrutturali complesse, impatti ambientali rilevanti e bisogno di consenso sociale.
Quando un’opera viene presentata come strategica ma incontra una contestazione così ampia, la domanda non riguarda solo la sua utilità, ma anche – e soprattutto – il modo in cui è stata pensata, proposta e costruita: con informazioni sufficienti, alternative valutate davvero e una partecipazione territoriale adeguata.
Infatti le obiezioni avanzate da associazioni e reti civiche del territorio si concentrano su alcuni punti che lasciano dubbi rispetto a quanto sopra, ovvero: qualità della trasparenza, coinvolgimento limitato delle comunità locali, sostenibilità complessiva dell’intervento, solidità delle valutazioni ambientali e compatibilità con il principio DNSH.
1. Trasparenza
Il primo tema riguarda la qualità dell’informazione pubblica. In un’opera di questa portata, la trasparenza è il presupposto per consentire un controllo effettivo da parte di cittadini, giornalisti e soggetti del territorio. Se i documenti risultano difficili da reperire o da comprendere, il confronto avviene inevitabilmente in una fase tardiva, limitando la possibilità di indirizzare progettualità e scelte rispetto ai bisogni del territorio. Nel caso del Tara, le contestazioni hanno riguardato proprio la difficoltà di ricostruire in modo pienamente leggibile l’iter decisionale, i margini di confronto sulle alternative e la catena delle responsabilità istituzionali.
2. Coinvolgimento dei cittadini
Una grande infrastruttura idrica non riguarda soltanto un soggetto attuatore o un’amministrazione regionale: tocca direttamente comunità, paesaggi, economie locali e usi del territorio.
Rispetto a questo il 3 maggio, la Rete Difesa Fiume Tara, ha organizzato una marcia proprio nelle aree dei cantieri, una protesta pacifica per chiedere un riconoscimento politico e istituzionale di una comunità che si sente esclusa dai processi decisionali. La rete ha legato la mobilitazione all’udienza del 12 maggio davanti al TAR di Bari, considerata un appuntamento determinante per chiedere la sospensione dei lavori.
In questa prospettiva, la partecipazione è una condizione che incide sulla qualità stessa dell’intervento pubblico.
3. Sostenibilità economica, ambientale e sociale
Il terzo punto riguarda la sostenibilità complessiva del progetto. Non basta che un’opera sia finanziabile o tecnicamente realizzabile: bisogna chiedersi quali costi ambientali, sociali ed energetici comporti nel medio e lungo periodo.
Il dissalatore viene presentato come risposta alla scarsità idrica e alla vulnerabilità del sistema di approvvigionamento. Tuttavia, una parte consistente delle critiche, però, si concentra sull’opportunità di puntare su una soluzione ad alta intensità tecnologica ed energetica in un ecosistema già fragile, quando altri interventi, come il riuso delle acque e l’efficientamento della rete, potrebbero offrire benefici diffusi con un impatto minore.
4. Valutazione di Impatto Ambientale (VIA)
La VIA dovrebbe essere lo strumento che misura i rischi, mette a confronto interessi diversi e orienta la decisione finale. Nel caso del Tara, la VIA è stata contestata perché ritenuta non sufficientemente capace di tenere conto degli effetti sul fiume, sugli habitat e sugli equilibri ecologici dell’area.
Per un intervento che insiste su un ecosistema delicato, la qualità della valutazione ambientale è un elemento fondamentale, se appare fragile o non pienamente convincente, non si indebolisce solo il progetto, ma l’intero processo decisionale che lo sostiene.
5. DNSH
L’ultimo criterio è il Do No Significant Harm, uno dei principi cardine della finanza europea e del PNRR. Nel caso del dissalatore del Tara, le critiche riguardano il possibile impatto su risorse idriche, biodiversità e habitat.
Qui la questione non è solo ambientale, ma riguarda anche la coerenza tra le regole che governano i fondi europei e la natura delle opere finanziate. Se un investimento genera impatti rilevanti proprio sugli obiettivi che dovrebbe contribuire a tutelare, il problema diventa strutturale.
Trasparenza e monitoraggio: cosa si può fare ora
Anche in una fase avanzata del progetto, non tutto è già chiuso. Il ricorso al TAR di Bari, depositato dalla Rete Difesa Fiume Tara il 20 aprile 2026, e la richiesta di sospensione dei lavori mostrano che il conflitto non è solo politico o simbolico, ma anche giuridico.
Sul piano pratico, restano tre margini di azione.
Il primo è la trasparenza rafforzata: rendere accessibili documenti, motivazioni, scelte tecniche e alternative considerate. Il secondo è il monitoraggio civico: cittadini, associazioni e reti territoriali possono continuare a seguire l’evoluzione dell’opera e a tenere alta l’attenzione sui suoi effetti. Il terzo riguarda le misure correttive, per quanto ancora possibili: compensazioni ambientali più solide, monitoraggi indipendenti, revisione delle componenti meno irreversibili del progetto.
C’è poi un piano più ampio, che guarda oltre il singolo caso. Il Tara segnala un problema di metodo: se le opere finanziate con risorse pubbliche arrivano a maturazione senza un adeguato presidio della qualità progettuale e della partecipazione, il rischio è di trasferire nel futuro gli stessi conflitti, con altri nomi e altri fondi.
Non basta arrivare al completamento amministrativo dell’intervento, ma serve dimostrare che le decisioni prese siano state comprensibili, verificabili e coerenti con gli obiettivi pubblici dichiarati.
In questo senso, la domanda non è solo se il dissalatore si farà, ma è capire se il PNRR sta producendo infrastrutture capaci di reggere nel tempo, oppure decisioni accelerate che lasciano dietro di sé contenziosi, sfiducia e costi ambientali difficili da riassorbire.
Il prossimo appuntamento della rubrica
Nel prossimo approfondimento, l’attenzione si sposterà sul caso dello Skymetro di Genova, opera che doveva essere finanziata attraverso il PNRR nel settore della mobilità urbana. Analizzeremo le criticità progettuali, governance dell’intervento, impatti territoriali e il mancato coinvolgimento delle comunità locali che ha portato al blocco di un’infrastruttura inizialmente considerata strategica.








